Se Guadagni Meno dei Tuoi Colleghi Puoi Chiedere Risarcimento e Arretrati al tuo Datore

L’Unione Europea ha approvato la Direttiva UE 2023/970 che abolisce ufficialmente il segreto salariale. Grazie a tale intervento, lavoratrici e lavoratori avranno il diritto di richiedere e conoscere le retribuzioni medie e i criteri salariali, suddivisi per genere, per chi svolge la stessa mansione.

Si tratta di un passo deciso verso la lotta al divario retributivo, ma resta da vedere come l’Italia recepirà queste regole, perché il testo definitivo dovrà trasformarsi in leggi e regolamenti nazionali — e le organizzazioni datoriali già annunciano battaglia.

Cosa prevede la Direttiva 2023/970

La direttiva introduce nuovi diritti fondamentali:

  • Diritto all’informazione retributiva: ogni lavoratore può chiedere al datore dati sul proprio stipendio individuale e sulle retribuzioni medie della stessa fascia, divise per sesso.
  • Obbligo del datore di lavoro di rispondere entro due mesi, con spiegazioni motivate in caso di incongruenze.
  • Divieto delle clausole di confidenzialità: nessun contratto o regolamento aziendale potrà impedire ai lavoratori di comunicare la propria retribuzione.
  • In fase di assunzione, i candidati devono ricevere già nell’annuncio o in fase di colloquio la fascia salariale prevista.
  • Le imprese più grandi (oltre 100 dipendenti), da giugno 2027, dovranno pubblicare report annuali sul gender pay gap e adottare misure correttive se il divario supera il 5%.

Discriminazione salariale: scatta il risarcimento

In caso di discriminazione salariale di genere, la direttiva prevede un risarcimento completo per la persona danneggiata. Questo include:

  • il recupero delle retribuzioni non corrisposte,
  • eventuali bonus o compensi in natura,
  • un indennizzo per le opportunità di carriera perse,
  • il danno morale e altri elementi legati a forme di discriminazione multipla,
  • gli interessi di mora.

In caso di controversia, spetta al datore di lavoro l’onere di provare di non aver violato le disposizioni europee.

Obiettivo: colmare il divario salariale di genere

L’iniziativa non è casuale: in Europa le donne guadagnano mediamente il 13% in meno rispetto agli uomini per lo stesso lavoro, ma in Italia il gap supera il 22%. La trasparenza è considerata uno strumento essenziale per contrastare questa ingiustizia.

L’obiettivo della direttiva europea, infatti, più che abolire il segreto salariale, è quello di assicurare la parità di retribuzione tra uomo e donna.

Per questo motivo, la direttiva prevede l’accesso a dati medi e aggregati, non a buste paga individuali. È inteso come strumento di analisi collettiva e confronto, non di esposizione pubblica degli stipendi altrui.

Le imprese pronte a resistere

Gli Stati membri hanno tempo fino a 7 giugno 2026 per tradurre la direttiva in norme nazionali. L’Italia dovrà decidere quali strumenti utilizzare: leggi, decreti, protocolli oppure modifiche ai contratti collettivi.

È possibile che durante il recepimento vengano proposte esenzioni o ritardi per settori specifici o imprese più piccole.

È facile immaginare però come le associazioni datoriali facciano resistenza. Già oggi, infatti, alcune organizzazioni datoriali vedono nella trasparenza un rischio burocratico e un limite alla competitività. Al contrario, le controparti sindacali spingono per un’applicazione rigorosa e senza sconti.