L’Unione Europea ha approvato la Direttiva UE 2023/970 che abolisce ufficialmente il segreto salariale. Grazie a tale intervento, lavoratrici e lavoratori avranno il diritto di richiedere e conoscere le retribuzioni medie e i criteri salariali, suddivisi per genere, per chi svolge la stessa mansione.
Si tratta di un passo deciso verso la lotta al divario retributivo, ma resta da vedere come l’Italia recepirà queste regole, perché il testo definitivo dovrà trasformarsi in leggi e regolamenti nazionali — e le organizzazioni datoriali già annunciano battaglia.
La direttiva introduce nuovi diritti fondamentali:
In caso di discriminazione salariale di genere, la direttiva prevede un risarcimento completo per la persona danneggiata. Questo include:
In caso di controversia, spetta al datore di lavoro l’onere di provare di non aver violato le disposizioni europee.
L’iniziativa non è casuale: in Europa le donne guadagnano mediamente il 13% in meno rispetto agli uomini per lo stesso lavoro, ma in Italia il gap supera il 22%. La trasparenza è considerata uno strumento essenziale per contrastare questa ingiustizia.
L’obiettivo della direttiva europea, infatti, più che abolire il segreto salariale, è quello di assicurare la parità di retribuzione tra uomo e donna.
Per questo motivo, la direttiva prevede l’accesso a dati medi e aggregati, non a buste paga individuali. È inteso come strumento di analisi collettiva e confronto, non di esposizione pubblica degli stipendi altrui.
Gli Stati membri hanno tempo fino a 7 giugno 2026 per tradurre la direttiva in norme nazionali. L’Italia dovrà decidere quali strumenti utilizzare: leggi, decreti, protocolli oppure modifiche ai contratti collettivi.
È possibile che durante il recepimento vengano proposte esenzioni o ritardi per settori specifici o imprese più piccole.
È facile immaginare però come le associazioni datoriali facciano resistenza. Già oggi, infatti, alcune organizzazioni datoriali vedono nella trasparenza un rischio burocratico e un limite alla competitività. Al contrario, le controparti sindacali spingono per un’applicazione rigorosa e senza sconti.