Il 16 luglio riprende il confronto tra ARAN e sindacati per il rinnovo del Contratto Scuola 2022-2024. La situazione tuttavia rischia di diventare un boomerang sociale. Vediamo perché.
Nel calendario sindacale del 2025 c’è una data cerchiata in rosso: il 16 luglio, quando ARAN e le organizzazioni sindacali torneranno a sedersi al tavolo per proseguire il negoziato sul rinnovo del Contratto Scuola 2022-2024. Un contratto atteso da migliaia di lavoratrici e lavoratori del comparto istruzione, ma che sta assumendo sempre più i contorni di una promessa disattesa.
L’elemento più critico riguarda gli aumenti salariali, considerati del tutto inadeguati rispetto all’inflazione reale. I calcoli sono presto fatti: a fronte di un’inflazione che negli anni di riferimento ha superato il 10%, l’aumento previsto in busta paga si ferma a circa 35-40 euro netti mensili. Una cifra che non copre nemmeno un terzo del potere d’acquisto perso, alimentando rabbia e disillusione nel personale scolastico.
Il motivo? Dei fondi complessivamente stanziati (circa il 6%), una quota pari al 3,85% è già stata erogata nel 2023 come indennità di vacanza contrattuale. Ciò significa che per la fase di rinnovo restano da distribuire solo poco più di due punti percentuali, con un impatto economico molto modesto. Di conseguenza, anche il calcolo per gli arretrati genereranno importi molto bassi.
Tra i punti più controversi di questa fase contrattuale emerge una vicenda che ha dell’assurdo: quella che riguarda i pensionati del comparto scuola usciti dal servizio entro dicembre 2024.
Questi lavoratori hanno ricevuto nel dicembre 2023 l’anticipo dell’indennità di vacanza contrattuale, calcolato su base annuale per tutto il 2024. Tuttavia, non essendo più in servizio alla data della firma del contratto, non potranno beneficiarne in modo definitivo e si vedranno costretti a restituire parte degli importi ricevuti.
Una situazione generata da un automatismo normativo, ma che si traduce in una penalizzazione paradossale per chi ha lavorato per decenni nella scuola pubblica.
Di fronte alla scarsità delle risorse disponibili, alcuni sindacati – in particolare UIL Scuola – hanno proposto una soluzione tampone: detassare gli arretrati e gli aumenti contrattuali, in modo da massimizzare il netto in busta paga senza aumentare la spesa pubblica.
Un’idea che potrebbe far guadagnare qualche decina di euro in più a ogni lavoratore, ma che rischia di creare forti disparità all’interno della Pubblica Amministrazione. Infatti, altri comparti, come quello delle Funzioni Centrali, hanno già chiuso i loro rinnovi senza alcuna detassazione, con il risultato che – a parità di incremento – i lavoratori della scuola si ritroverebbero con stipendi più alti al netto.
Una situazione che potrebbe innescare conflitti interni tra categorie, oltre a sollevare interrogativi sulla coerenza e sull’equità del sistema contrattuale pubblico.
Se l’aspetto economico resta prioritario, non mancano i temi normativi ancora in sospeso, a partire dal lavoro agile. Attualmente, la possibilità di lavorare da remoto è riservata solo al personale tecnico e amministrativo, ma i sindacati chiedono un’estensione anche ai profili ad alta qualificazione, con criteri trasparenti e un numero maggiore di giornate a disposizione.
Altro fronte caldo è quello dei buoni pasto. Mentre altri comparti della PA possono contare su questo benefit consolidato, il personale della scuola ne è ancora escluso. L’obiettivo, per ora, non è tanto un’erogazione immediata – considerata la scarsità di risorse – quanto l’inserimento del diritto nella parte normativa del contratto, per rendere più facile il reperimento dei fondi in futuro.
Alla luce delle difficoltà economiche, delle scelte di politica pubblica e dell’esigenza di giustizia sociale, i temi sul tavolo sono numerosi, ma le soluzioni ancora lontane. Di seguito, una tabella di sintesi con i principali punti della trattativa.