Il caporalato continua a prosperare in molte zone d’Italia. Il lavoro nei campi, soprattutto nei mesi estivi, resta uno dei più esposti allo sfruttamento: paghe basse, orari massacranti, alloggi fatiscenti e, spesso, totale assenza di diritti.
Gli ultimi casi, in ordine di tempo, si sono verificati al Nord Italia, segno che il problema non è più circoscritto solo nel Meridione.
L’episodio più recente arriva dalla provincia di Mantova, precisamente da Goito. Qui i Carabinieri hanno scoperto una ditta che sfruttava lavoratori impiegati nella raccolta di frutta e verdura.
Pagati 4 euro l’ora anziché 10, come prevederebbe il CCNL, i sette braccianti erano anche costretti a fotografare il raccolto del giorno, dopo averlo pesato, per dimostrare il lavoro effettuato e ricevere in cambio una paga di 80 centesimi al chilo.
Il tutto sotto temperature roventi, senza che venisse rispettato il divieto imposto dalla Regione Lombardia di lavorare nelle ore più calde e senza un posto refrigerato in cui ripararsi durante la pausa pranzo.
Denunciata la titolare dell’azienda agricola per le violazioni in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.
Purtroppo non si tratta di un caso isolato. Solo un mese fa in Veneto, a Porto Viro, in provincia di Rovigo, era emersa una situazione simile.
Anche qui, a seguito di una lunga indagine, la Guardia di Finanza ha smantellato una rete di reclutamento illecito e sfruttamento lavorativo nei campi agricoli. I braccianti — in gran parte cittadini stranieri, alcuni dei quali senza permesso di soggiorno — venivano impiegati per 12 ore al giorno con paghe da 6 euro l’ora, ben al di sotto dei minimi previsti dal contratto collettivo nazionale.
Paga a parte, durissime anche le condizioni in cui i braccianti erano costretti a lavorare e vivere: lunghe giornate di lavoro sotto il sole, anche con temperature sopra i 30 gradi, trasporti su mezzi fatiscenti e alloggi di fortuna, con materassi per terra e ambienti privi di servizi igienici.
Le indagini hanno portato a sei denunce per caporalato, tra cui figurano i presunti caporali e alcuni titolari d’azienda.
Questi due episodi — uno nel Veneto e uno in Lombardia — confermano che il caporalato non è più confinato alle regioni del Sud, ma è ormai diffuso anche nel Nord Italia, dove l’agricoltura intensiva ha bisogno di manodopera stagionale e facilmente sfruttabile.
Il meccanismo è sempre lo stesso: si reclutano persone in difficoltà, si offrono compensi al ribasso e si ricattano, sfruttando l’assenza di alternative e tutele. In molti casi, chi denuncia rischia di perdere tutto.
Le forze dell’ordine, la magistratura e parte delle istituzioni stanno provando a intervenire. Ma i risultati, seppur importanti, non bastano.