Il Tempo per Indossare la Divisa è Lavoro: 3.000 euro di Risarcimento

Il Tribunale di Taranto ha condannato un’azienda sanitaria a risarcire oltre 3.000 euro a un ausiliario socio-sanitario per il mancato pagamento del tempo speso ogni giorno a indossare e togliere la divisa.

Il giudice ha riconosciuto che quei minuti, accumulati in 15 anni, sono lavoro a tutti gli effetti.

Risarcimento per il mancato pagamento del tempo usato per indossare e togliere la divisa

Il 16 luglio scorso il Tribunale del Lavoro di Taranto ha emesso una sentenza destinata a fare giurisprudenza, ribadendo il diritto alla retribuzione del tempo necessario a indossare e togliere la divisa/tuta da lavoro.

Il giudice ha condannato Sanitaservice Asl Taranto a risarcire con oltre 3.000 euro (lordi) un ausiliario socio-sanitario, per il mancato pagamento dei minuti di “vestizione e svestizione” accumulati tra il 2010 e il 2025.

Secondo il conteggio effettuato dal tribunale, 15 minuti al giorno di lavoro non retribuito ma usato per mettere e togliere la divisa, sommati in quindici anni, rappresentano un credito ben superiore ai 650 euro che la società aveva offerto a titolo di risarcimento.

Una questione di principio: il “tempo divisa” è tempo di lavoro

La decisione del Tribunale tarantino si inserisce in un contesto giurisprudenziale ormai consolidato: il tempo impiegato per indossare e togliere la divisa aziendale, se svolto in locali della struttura e su indicazione del datore, deve essere considerato orario di lavoro effettivo.

La Corte di Cassazione lo ha stabilito più volte, tra cui nella nota sentenza definitiva del maggio 2025 (Cass. n. 12519/2025), in cui si afferma che il tempo di vestizione è da retribuire se:

  • la divisa è imposta dal datore di lavoro per ragioni igieniche o funzionali;
  • è richiesta la presenza in azienda prima dell’inizio turno per cambiarsi;
  • l’attività è ripetitiva e sistematica (non occasionale);
  • non è conteggiata nel normale orario di lavoro.

La posizione di USB: “Una vittoria collettiva”

Per il sindacato USB, promotore della vertenza, si tratta di una conferma della correttezza della linea tenuta in questi anni. A differenza di altre sigle sindacali, USB non ha accettato l’accordo a saldo ridotto proposto dall’azienda, insistendo sulla piena retribuzione del tempo lavoro.

Secondo i portavoce del sindacato, questa sentenza rappresenta una vittoria collettiva per tutti i lavoratori del comparto sanitario che spesso si trovano a svolgere attività “invisibili” ma essenziali, come la vestizione obbligatoria, senza alcun riconoscimento economico.