Secondo quanto riportato dal quotidiano Il Messaggero in edicola il 23 agosto, la Lega starebbe lavorando a una norma per velocizzare i rinnovi dei contratti collettivi.
L’idea centrale è fissare un limite temporale di sei mesi dalla scadenza dei CCNL per arrivare alla firma delle nuove intese.
Il meccanismo prevederebbe un incentivo fiscale: una tassazione agevolata sugli aumenti retributivi previsti dai rinnovi.
Lo scopo è duplice: da un lato stimolare le parti sociali a concludere le trattative senza ritardi, dall’altro garantire subito benefici economici ai lavoratori.
Il cuore della proposta è la detassazione. Gli incrementi contrattuali verrebbero sottoposti a un’imposta sostitutiva ridotta, intorno al 5%.
Questo permetterebbe di lasciare più soldi in busta paga e, allo stesso tempo, ridurre il costo del lavoro per le imprese.
Una misura che il governo considera strategica per rilanciare il potere d’acquisto delle famiglie, dopo anni segnati dall’inflazione. Secondo il quotidiano romano la legge verrebbe veicolata attraverso la prossima Legge di Bilancio, con effetti a partire dal 2026.
La novità rilanciata dalla Lega non arriva però dal nulla.
Già a maggio scorso Maurizio Casasco, deputato di Forza Italia, aveva annunciato un disegno di legge con contenuti molto simili.
Anche in quel caso al centro c’era la detassazione degli aumenti salariali stabiliti nei rinnovi contrattuali per 3 anni.
“La proposta – si legge di una nota pubblicata lo scorso maggio – prevede che gli aumenti retributivi derivanti dai rinnovi dei contratti collettivi nazionali di lavoro siano esentati dal pagamento di imposte e contributi previdenziali per i prossimi tre anni, che le somme corrisposte ai lavoratori a titolo di aumento contrattuale non concorrano alla formazione del reddito imponibile ai fini fiscali e non siano soggette a contribuzione”.
Il testo annunciato è stato depositato alla Camera ed è stato registrato come Atto parlamentare, ma non è ancora stato pubblicato. Per questo non sono noti i dettagli tecnici della misura, né l’esatta platea dei beneficiari.
Il fatto che l’ipotesi torni oggi nel dibattito con la Lega dimostra che la questione è trasversale alle forze di maggioranza.
Tutte guardano alla contrattazione collettiva come strumento centrale per sostenere salari e consumi. Una visione che si oppone all’idea che le retribuzioni possano salire grazie al salario minimo di legge, come propongono da tempo le opposizioni con M5S e PD in testa.
Resta però da chiarire se e come la norma verrà applicata, soprattutto nei settori in cui i rinnovi sono già stati siglati o hanno superato i sei mesi dalla scadenza.