Dal 2025 è entrata in vigore una modifica che riguarda in particolare chi lavora nel turismo stagionale.
La stretta sulla Naspi non vale per tutti, ma solo per chi si dimette da un impiego – o lo cessa in accordo col datore – e nei 12 mesi successivi trova un nuovo lavoro. In questo caso, per accedere alla disoccupazione in caso di licenziamento o cessazione contratto a termine, serve aver maturato almeno 13 settimane di contributi con il nuovo datore di lavoro.
Tradotto: chi cambia lavoro volontariamente dovrà restare almeno tre mesi pieni nel nuovo posto, altrimenti perderà il diritto alla prestazione.
Se il rapporto di lavoro termina prima di completare le 13 settimane, la domanda di Naspi verrà respinta. Questo anche se il lavoratore ha già una lunga storia contributiva e più stagioni alle spalle. E’ la novità introdotta dalla legge di Bilancio 2025 che gli stagionali devono mettere in conto.
L’intento della norma è ridurre gli abusi, ma il risultato è che molti rischiano di trovarsi senza alcun sostegno dopo un cambio di impiego legittimo.
Il settore turistico si fonda su contratti brevi, forte mobilità e rapporti di lavoro spesso inferiori ai tre mesi. Per questo la nuova regola rischia di avere un impatto pesante.
Chi decide di spostarsi per migliorare la propria condizione, o è costretto a farlo, corre il pericolo di perdere la copertura della Naspi. Un vincolo che può disincentivare i lavoratori ad accettare nuove opportunità, rendendo ancora più rigido un mercato già fragile. E impedendo ai lavoratori di far progredire la propria condizione economica.
Talvolta significa anche “costringere” il lavoratore ad accettare condizioni – non solo economiche – non gradite, pur rientrare nel requisito.
Alla fine della stagione estiva migliaia di addetti chiederanno la disoccupazione. Ma chi è passato a un nuovo impiego dopo essersi dimesso e non ha raggiunto i tre mesi richiesti non potrà accedere alla prestazione.
Un cambiamento che penalizza fortemente i lavoratori stagionali del turismo, già esposti a precarietà e incertezza occupazionale.