Nell’intervista al quotidiano La Verità in edicola il 23 agosto, il presidente INPS Gabriele Fava ha confermato che molti ex percettori del Reddito di cittadinanza avevano già trovato un’occupazione prima ancora dell’abrogazione della misura e dell’avvio dell’Assegno di Inclusione.
«I dati indicano un aumento dell’occupazione tra gli ex beneficiari», ha detto, sottolineando che tra chi non ha chiesto né Adi né Supporto Formazione Lavoro (SFL), «l’occupazione è salita dal 18% di fine 2022 al 30% di fine 2024: da circa 100.000 a oltre 161.000 persone».
Il fatto che la crescita sia iniziata già nel 2023, mentre il Reddito era ancora attivo, smonta la retorica secondo cui i beneficiari sarebbero rimasti immobili. Al contrario, quando le opportunità si presentano, le persone scelgono di lavorare. Fava stesso lo riconosce: «È stato il frutto di un ciclo economico positivo, strumenti di attivazione più mirati e controlli più stringenti». Dati che dimostrano che il problema non è la “pigrizia da sussidio”, ma la mancanza di offerte occupazionali stabili e adeguatamente remunerate.
Tra coloro che hanno trovato lavoro nel 2024 ci sono anche molti ex percettori definiti “occupabili”, cioè appartenenti a nuclei senza minori, disabili, anziani o persone svantaggiate a carico esclusi dal nuovo Assegno di Inclusione.
Per loro il Reddito è stato sostituito dal Supporto Formazione Lavoro, misura più difficile da attivare perché legata a corsi o tirocini, con un importo limitato: 350 euro mensili nel 2024, saliti a 500 dal 2025.
Il presidente INPS, però, non sembra considerare chi, escluso dal Reddito, non ha trovato occupazione. Una parte significativa di ex percettori oscilla oggi tra piccoli lavoretti in nero e un SFL che spesso arriva in ritardo, lasciando famiglie senza entrate regolari, specie nelle regioni del Sud. Se i dati confermano che in molti hanno scelto il lavoro quando c’era (e in questo caso c’entra poco il “cambio sussidio”), resta irrisolto il problema di chi è rimasto senza alcuna rete di protezione.