Il primo nodo della prossima Legge di Bilancio riguarda l’adeguamento automatico dell’età pensionabile alla speranza di vita, previsto per il 2027. Attualmente l’ISTAT calcola un incremento di tre mesi: dai 67 anni si passerebbe a 67 anni e 3 mesi; l’uscita anticipata richiederebbe 43 anni e un mese (uomini) o 42 anni e un mese (donne).
Il governo, tuttavia, sta valutando il rinvio di questo scatto di almeno due anni, con un costo oscillante tra i 300 milioni e 1 miliardo di euro. La Ragioneria Generale dello Stato avverte: bloccare questa norma automatica potrebbe portare a pensioni più basse, fino al –9% per i lavoratori dipendenti e –7,9% per autonomi.
Quota 103 (pensione anticipata a 62 anni con 41 di contributi) con la rendita calcolata sul contributivo, sembra sulla via del tramonto. Poco sfruttata, a detta del governo, dovrebbe essere eliminata a partire dal 2026.
In alternativa, si ipotizzano nuove opzioni, come:
Un altro pilastro della riforma pensata è il possibile utilizzo del TFR accantonato (soprattutto presso l’INPS) come strumento per anticipare la pensione a 64 anni. La proposta di trasformare il TFR in rendita potrebbe consentire di raggiungere la soglia minima necessaria per l’uscita anticipata.
Questo scenario prevede l’estensione dell’accesso anche ai lavoratori con carriera mista (non solo contributivi puri).
Misure adottate con finalità di genere o sociale stanno anch’esse subendo una revisione.
Un aspetto sensibile riguarda l’adeguamento annuale degli assegni pensionistici al costo della vita (perequazione automatica). In tempi recenti questa misura è già stata ridotta per alcune categorie e periodi.
La prossima Legge di Bilancio potrebbe prevederne il congelamento o una riduzione temporanea, suscitando forti preoccupazioni tra le organizzazioni sindacali, poiché rischia di erodere il potere d’acquisto dei pensionati.