Lo sfruttamento dei lavoratori nelle catene di approvvigionamento alimentare non si ferma.

Lo mette in luce un’indagine del gruppo di ricercatori dell’Università di Nottingham e della Friedman School of Nutrition Science & Policy di Tufts ha sviluppato un metodo di valutazione del rischio di lavoro forzato basandosi su una serie di dati governativi e provenienti dalle organizzazioni no-profit.

Secondo i risultati messi in luce dal portale Greenme.it la maggior parte della frutta e della verdura che arriva sulle tavole delle famiglie degli Stati Uniti è responsabile del lavoro forzato nei campi.

In particolare l’85% delle coltivazioni sono ad alto rischio per il lavoro forzato. Lo sfruttamento dei lavoratori può aver riguardato una o più fasi della coltivazione e della raccolta dei vegetali. Solo il 3,5% delle combinazioni è stato valutato a basso rischio, il 4,5% a rischio medio e il restante 7% è stato codificato a rischio molto alto.

Si tratta di numeri che fanno riflettere e rivelano importanti problemi strutturali nel settore agricolo, che rendono i lavoratori vulnerabili. Si tratta di problemi noti e sistemici, che non sono stati affrontati in modo adeguato ma per i quali è necessario trovare una soluzione da parte della politica, degli agricoltori e delle aziende che lavorano nell’industria alimentare.

La ricerca evidenzia ancora una volta che il lavoro agricolo troppo spesso prevede retribuzioni inadeguate o legate alla produttività, e prive di tutele legali e viene svolto da migranti, in alcuni casi da minori, che vengono minacciati se non accettano le condizioni di lavoro. Non è raro che si possa essere indotti a prestare il lavoro dietro l’uso della violenza, del ricatto o dell’intimidazione, ad esempio minacciandole di denuncia alle autorità per l’immigrazione o sottraendo loro i documenti.

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