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408 euro ai Dirigenti e solo 23 per gli Operai. Ecco la Manovra 2026 del Governo

I pareri tecnici sulla Manovra di bilancio presentata dal governo Meloni stanno facendo emergere un quadro molto diverso da quello annunciato in conferenza stampa lo scorso mese di ottobre. L’intervento sull’Irpef, presentato come una misura a favore del ceto medio e dei lavoratori, finisce in realtà per premiare soprattutto i redditi più alti.

A dirlo non è l’opposizione, ma l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), organo indipendente che ha analizzato nel dettaglio l’impatto della riduzione di due punti dell’aliquota Irpef nella fascia tra 28.000 e 50.000 euro.

Secondo i calcoli dell’Upb, la metà del risparmio complessivo generato da questo taglio andrà a beneficio dei contribuenti con redditi superiori ai 48.000 euro. Una quota sproporzionata, che di fatto esclude la gran parte dei lavoratori dipendenti con redditi medio-bassi.

408 euro per i dirigenti, 23 per gli operai

I numeri diffusi dall’Upb parlano chiaro: i dirigenti guadagneranno in media 408 euro all’anno, mentre gli operai riceveranno appena 23 euro.
La differenza non è solo quantitativa, ma simbolica: indica come l’intervento fiscale premi le fasce più alte, lasciando quasi immutata la condizione economica dei lavoratori che si trovano nella parte bassa della scala salariale.

Anche gli impiegati, con un beneficio medio di 123 euro, vedranno effetti molto limitati. Per i pensionati il vantaggio stimato è di 55 euro, per i lavoratori autonomi 124. In altre parole, il taglio dell’Irpef produce vantaggi crescenti al crescere del reddito, pur rimanendo formalmente proporzionale.

Il nodo redistributivo e le critiche di Upb, Istat e Bankitalia

L’Upb non è la sola voce critica. Anche Istat e Banca d’Italia, nelle rispettive audizioni sulla Manovra, hanno evidenziato che la misura ha un impatto redistributivo regressivo, cioè favorisce le fasce di reddito più elevate.
Secondo Istat, oltre l’85% delle risorse del taglio Irpef finirà nelle famiglie appartenenti ai due quinti più ricchi della popolazione, mentre i lavoratori con redditi modesti resteranno quasi del tutto esclusi.

La Banca d’Italia, pur riconoscendo che la riduzione dell’aliquota migliorerà leggermente il reddito disponibile, sottolinea che il beneficio è “percentualmente modesto” e “concentrato nei nuclei dei due quinti più alti della distribuzione”. In sostanza, gli organi tecnici smentiscono la narrativa politica di una Manovra “per la classe media”, mostrando che l’effetto reale è quello di consolidare i vantaggi di chi già dispone di redditi elevati.

Una Manovra a due velocità: pochi euro per i lavoratori, risparmi veri per chi guadagna di più

La differenza tra 408 euro e 23 euro riassume meglio di qualunque slogan la direzione della politica economica contenuta nella Manovra 2026.
Per i lavoratori dipendenti e gli operai, l’intervento sull’Irpef si tradurrà in un vantaggio quasi impercettibile, mentre per i dirigenti e le categorie apicali rappresenterà un risparmio tangibile.

Gli effetti concreti di questa disparità si aggiungono a un contesto già difficile, segnato da salari fermi, inflazione e perdita di potere d’acquisto. Non a caso, i sindacati hanno già annunciato di voler chiedere una redistribuzione più equa delle risorse nella prossima fase di confronto con il governo.

La Manovra, dunque, rischia di diventare un caso politico: una riforma fiscale annunciata come “per tutti”, ma che nei fatti lascia indietro proprio chi lavora di più e guadagna di meno.

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