In un titolo di prima pagina Il Sole 24 Ore annuncia: «Anziani, l’assistenza per i genitori entra nello stipendio». Si parla di un cambiamento rilevante nel mondo del lavoro e del welfare. La lettura dell’articolo, però, chiarisce subito un punto decisivo: non si tratta di un avanzamento della contrattazione collettiva nazionale, ma di misure che restano confinate al welfare aziendale e alla contrattazione di secondo livello. Da qui occorre partire per capire dove e a chi si applicano davvero queste novità.
La domanda che arriva dalla Generazione Z
Secondo l’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano, il 67% dei giovani della Generazione Z considera importanti i servizi sanitari a supporto della salute, mentre il 57% dichiara un forte interesse per servizi di assistenza ai genitori. È un dato inedito, perché riguarda la fascia più giovane del mercato del lavoro e perché sposta l’attenzione dal solo welfare per i figli a quello per gli anziani. La richiesta nasce anche dalla percezione di un welfare pubblico insufficiente, soprattutto sul fronte della non autosufficienza.
Un welfare che resta aziendale e selettivo
L’articolo de Il Sole 24 Ore chiarisce però che queste misure trovano spazio quasi esclusivamente nei pacchetti di welfare delle imprese. Si parla di benefit contrattati a livello aziendale, spesso gestiti tramite provider esterni, con il limite – sottolineato dall’Osservatorio – di una scarsa personalizzazione. In sostanza, l’accesso ai servizi di assistenza per i genitori dipende dal datore di lavoro e dalla presenza di una contrattazione di secondo livello.
I numeri della contrattazione di secondo livello
A confermare il perimetro ristretto intervengono i dati Confindustria: nel 2025 solo il 28,1% delle imprese applica un contratto aziendale e appena il 2,4% di questi prevede iniziative di invecchiamento attivo.
È vero che il tema entra nei contratti, ma resta minoritario. Anche il Welfare Index Pmi 2024 segnala che salute e assistenza superano il 50% di diffusione solo all’interno delle politiche aziendali, non nei CCNL.
CCNL fermi alle norme di legge, intervengono i Fondi Sanitari
Il punto decisivo è proprio questo. Nessun contratto collettivo nazionale ha fatto passi avanti specifici sull’assistenza agli anziani. I CCNL si limitano a richiamare le tutele già previste dalla legge, come i permessi e i congedi della legge 104. Ne deriva un sistema diseguale: chi lavora in aziende strutturate accede a nuovi servizi, tutti gli altri restano esclusi. Un vuoto che la contrattazione nazionale, per ora, non ha colmato.
In alcuni settori però, come l’artigianato, è il Fondo sanitario – in questo caso Sanarti – a prevedere una prestazione ad hoc: la Long Term Care. Un aiuto fino a 6.000 euro annui da erogare alle famiglie in caso di soggetti che hanno bisogno di assistenza perchè non autosufficienti.




