Il pensionamento a 64 anni era stato rilanciato solo un anno fa come uno dei pochi spazi di flessibilità rimasti nel sistema contributivo. Non una riforma strutturale, ma una correzione mirata, pensata per rendere concretamente accessibile l’anticipo pensionistico a chi non rientrava nei profili più “fortunati”. Oggi quella scelta viene di fatto smentita. Le ultime decisioni del Governo con la Manovra di Bilancio 2026 non cancellano formalmente l’uscita a 64 anni, ma ne eliminano i presupposti operativi introdotti proprio con la Manovra di Bilancio 2025. Vediamo come e gli effetti sui lavoratori.
Il pensionamento a 64 anni resta, ma con una soglia fuori portata
La normativa sull’uscita a 64 anni per chi è interamente nel sistema contributivo resta formalmente in vigore. I requisiti, però, non cambiano. Servono almeno 20 anni di contributi e, soprattutto, un assegno pensionistico pari ad almeno 2,8 volte l’assegno sociale, oggi intorno ai 1.700 euro mensili.
Questa soglia economica rappresenta il vero spartiacque. Senza un importo di questo livello, l’anticipo non è consentito. È una condizione che esclude gran parte dei lavoratori, in particolare chi ha avuto salari medio-bassi o periodi di discontinuità. Ed è proprio per attenuare questo effetto che, nella Manovra 2025, era stato introdotto un correttivo fondamentale.
Il cumulo con la previdenza integrativa introdotto nel 2025
La Legge di Bilancio 2025 aveva previsto la possibilità di utilizzare anche la previdenza complementare per raggiungere l’importo minimo necessario all’uscita a 64 anni. In altre parole, il cumulo tra pensione pubblica e rendita dei fondi pensione diventava uno strumento per superare la soglia dei 1.700 euro.
Quella norma aveva una logica precisa. Riconosceva che nel sistema contributivo puro il montante Inps, da solo, spesso non è sufficiente. Consentire il cumulo con la previdenza integrativa significava trasformare una misura teorica in un’opzione realmente praticabile, soprattutto per chi aveva aderito ai fondi pensione proprio per compensare carriere fragili.
La cancellazione della norma e il cambio di impostazione del Governo
A distanza di appena un anno, quella scelta viene cancellata. Il Governo elimina la possibilità di usare la previdenza complementare per anticipare l’accesso alla pensione di vecchiaia a 64 anni. La motivazione ufficiale, fornita dal ministro dell’Economia, è che la misura “non sembrava interessare molto”.
In realtà, l’effetto concreto è un altro. Senza il cumulo tra pensione pubblica e integrativa, la soglia dei 1.700 euro torna a dipendere quasi esclusivamente dall’assegno Inps. La previdenza complementare resta obbligata per molti lavoratori, attraverso il meccanismo del silenzio-assenso sul Tfr, ma perde ogni funzione di flessibilità in uscita.
Un sistema che spinge tutti verso i 67 anni e oltre
Mentre viene chiusa la porta all’anticipo, l’età pensionabile ordinaria resta il punto fermo del sistema. I 67 anni non solo non vengono messi in discussione, ma torneranno a salire con l’adeguamento alla speranza di vita: un mese in più nel 2027 e altri due mesi nel 2028.
In questo quadro, l’uscita a 64 anni sopravvive solo sulla carta. Senza il cumulo introdotto e poi cancellato dalla Manovra 2025, l’anticipo diventa un’opzione riservata a chi ha carriere continue e pensioni già elevate. Per tutti gli altri, la traiettoria previdenziale viene ricondotta verso un unico approdo: lavorare fino all’età legale piena, senza strumenti intermedi.




