Risarcita con 1.300 Euro la Lavoratrice in Smart Working: Ecco Com’è Caduta

Una caduta improvvisa, durante una riunione online, a pochi minuti dalla fine del turno. Poi il dolore, l’operazione, mesi di stop e una battaglia legale durata anni. È la storia di una dipendente dell’Università di Padova che, dopo essersi infortunata mentre lavorava in smart working, si è vista inizialmente negare il riconoscimento dell’incidente come infortunio sul lavoro. Solo nel 2025 il Tribunale le ha dato ragione, riconoscendole il rimborso delle spese e l’indennizzo.

Una vicenda destinata a fare scuola sul tema dello smart working e dei diritti dei lavoratori.

La caduta durante la riunione in smart working

L’8 aprile 2022, intorno alle 13.50, la dipendente – sessantenne, impiegata nel dipartimento giuridico dell’ateneo – stava partecipando a una riunione su Zoom dalla sua abitazione.

Mancavano dieci minuti alla fine del turno quando si è alzata per recuperare alcuni documenti dalla borsa. Nel breve tragitto è inciampata ed è caduta rovinosamente a terra. La caduta le ha provocato una doppia frattura alla caviglia destra, con conseguente ricovero e intervento chirurgico.

La terapia e la riabilitazione sono durate 137 giorni, fino al 22 agosto 2022. Un periodo lungo, segnato da cure, visite mediche e spese sostenute di tasca propria.

Perché all’inizio non è stato riconosciuto l’infortunio sul lavoro

In un primo momento l’INAIL aveva considerato l’episodio indennizzabile. Poi, però, ha cambiato posizione.

Secondo l’Istituto, l’incidente non era legato direttamente all’attività lavorativa ma doveva essere classificato come “infortunio domestico”. In sostanza, il fatto che la caduta fosse avvenuta in casa e durante uno spostamento interno ha portato a escludere, inizialmente, il nesso con la prestazione lavorativa.

Una distinzione tutt’altro che secondaria: come infortunio domestico, la lavoratrice non aveva diritto alle tutele previste per gli incidenti sul lavoro. È stata quindi costretta a rivolgersi all’INPS per le coperture assistenziali e a pagare autonomamente visite private, medicazioni e perfino il noleggio della sedia a rotelle.

Nonostante un ricorso interno, l’INAIL ha comunque confermato il diniego.

Il ricorso al Tribunale e la svolta

Assistita dal sindacato Fgu Gilda Unams, la dipendente ha deciso di portare il caso davanti al Tribunale di Padova – sezione Lavoro.

Durante il giudizio, l’INAIL ha convocato la lavoratrice per una visita collegiale e, a processo avviato, ha riconosciuto l’episodio come infortunio sul lavoro. Tuttavia, continuava a negare il rimborso delle spese mediche private sostenute fino a quel momento.

Solo l’8 maggio 2025, tre anni dopo l’infortunio, il Tribunale di Padova ha accolto le richieste della lavoratrice. La sentenza ha stabilito che l’incidente avvenuto durante lo smart working rientra nell’ambito dell’infortunio sul lavoro.

Il risarcimento e cosa cambia per chi lavora in smart working

Con la decisione del tribunale, la lavoratrice ha ottenuto:

  • il riconoscimento dell’invalidità nella misura del 9%;
  • un indennizzo mensile per il periodo di inabilità;
  • il rimborso delle spese mediche private, pari a 1.284 euro;
  • la copertura delle spese legali.

Il giudice ha ritenuto le spese “congrue”, anche alla luce dei tempi non rapidi del servizio pubblico.

La sentenza rappresenta un passaggio importante: conferma che, anche se si lavora da casa, l’attività svolta in modalità agile mantiene la stessa tutela prevista in presenza, purché l’infortunio sia collegato all’attività lavorativa.

In altre parole, se l’incidente avviene mentre si sta lavorando – anche tra le mura domestiche – può essere riconosciuto come infortunio sul lavoro. Una decisione che potrebbe avere effetti rilevanti per migliaia di lavoratori in smart working.