Le dimissioni della ministra del Turismo Daniela Santanchè non chiudono solo le polemiche sulla vicenda giudiziaria sua personale, ma segnano la fine di una linea politica precisa sul lavoro nel turismo. Una linea che, nei fatti, è apparsa più orientata a spingere i lavoratori ad accettare condizioni più dure che ad aumentare davvero salari e tutele. Una linea che è apparsa essere eccessivamente sbilanciata a favore del mondo delle imprese e piuttosto dannosa per i lavoratori, come camerieri, cuochi, lavapiatti, ecc.
Turismo, incentivi legati ai sacrifici e non ai salari
Il caso più evidente riguarda i lavoratori stagionali. Il governo ha introdotto un bonus fiscale sulle retribuzioni legate a lavoro notturno e festivo, presentandolo come sostegno al settore.
Ma nella sostanza il meccanismo era chiaro: il beneficio economico arrivava solo se il lavoratore accettava turni più pesanti. Non un aumento dello stipendio base, non un intervento strutturale sul costo del lavoro, ma un incentivo condizionato.
Da qui la critica: invece di aumentare le retribuzioni ordinarie, si è scelto di premiare chi era disposto a lavorare di più e in condizioni più difficili, lasciando invariato il problema dei salari bassi nel turismo.
La vicenda CIG Visibilia e la contraddizione politica
A rendere ancora più fragile questa linea è intervenuta la vicenda Visibilia. Il rinvio a giudizio riguarda l’ipotesi – confermata dagli ex dipendenti della Santanché – che lavoratori formalmente in cassa integrazione Covid fossero in realtà operativi. E quindi mentre ricevevano l’indennità INPS, lavoravano senza paga presso l’azienda dell’esponente di Fratelli d’Italia.
Il punto non è solo giudiziario. È politico: mentre si chiedeva ai lavoratori maggiore disponibilità e sacrificio – durante l’emergenza Covid – , emergeva un caso in cui gli strumenti di tutela del lavoro sarebbero stati utilizzati in modo distorto. Una contraddizione che ha inciso profondamente sulla credibilità.
Mance tassate, il messaggio che ha fatto discutere
Il punto non è solo fiscale. Per molti lavoratori il messaggio è stato chiaro: invece di aumentare i salari, si interviene anche su quelle entrate che derivano direttamente dal rapporto con i clienti. La mancia infatti non è compenso derivante da un rapporto di lavoro, in quanto il rapporto di lavoro il cameriere ce l’ha con il ristorante o il bar, non con il cliente.
In controluce emerge una dinamica chiara: nel mondo imprenditoriale “meno evoluto” (mondo a cui appartiene l’ex Ministra) c’è spesso fastidio verso le mance, perché sfuggono al controllo aziendale e possono far crescere il reddito dei camerieri oltre lo stipendio base. E soprattutto “a nero”.
Da qui l’idea, mai del tutto esplicitata, che quei guadagni dei lavoratori siano “troppo alti e ingiustificati”. Per questo l’intervento fiscale è stato percepito da molti non volto a ristabilire equità, ma come un modo per riportare sotto controllo una parte di reddito autonoma dei lavoratori.
Non è stata apprezzata nemmeno quando ha definito “adeguati” gli aumenti del CCNL turismo appena rinnovato (nel 2024): circa 200 euro distribuiti in nove anni. Una valutazione che ha suscitato forti critiche tra i lavoratori, che denunciano salari bassi e lontani dal costo reale della vita.




