Buoni Pasto di Importo Diverso tra Colleghi: Quando è Legale?

Ricevere un buono pasto da 5 euro mentre un collega ne prende uno da 8 o da 10 può far nascere più di una domanda. È legale? L’azienda può davvero riconoscere importi diversi ai dipendenti? La risposta, in molti casi, è sì. Ma ci sono limiti precisi che il datore di lavoro deve rispettare.

Negli ultimi anni i buoni pasto sono diventati una parte importante del welfare aziendale, soprattutto nei settori dove non esiste una mensa interna. Proprio per questo le differenze di trattamento tra lavoratori generano spesso discussioni e contestazioni.

I buoni pasto non sono sempre obbligatori

La prima cosa da sapere è che il buono pasto, salvo casi specifici previsti dal contratto collettivo o da accordi aziendali, non è considerato una voce obbligatoria dello stipendio. La giurisprudenza lo considera infatti un beneficio collegato all’organizzazione del lavoro e al welfare aziendale. Questo significa che il datore di lavoro ha un certo margine di scelta nella gestione del servizio.

In pratica, l’azienda – in assenza di un accordo sindacale (nazionale o aziendale) può decidere:

  • se erogare o meno i buoni pasto;
  • quale importo riconoscere;
  • a quali categorie di lavoratori concederli.

Tuttavia, queste decisioni non possono essere arbitrarie.

Quando le differenze sono considerate legittime

Le differenze di importo possono essere legittime se basate su criteri oggettivi e verificabili.

Ad esempio, un’azienda può riconoscere buoni pasto differenti in base:

  • alla sede di lavoro;
  • ai turni;
  • all’orario giornaliero;
  • alla presenza della mensa aziendale;
  • alle trasferte;
  • al livello di inquadramento previsto dal contratto.

Anche gli accordi sindacali possono stabilire trattamenti diversi tra gruppi di lavoratori. Un esempio pratico: chi lavora fuori sede o su turni lunghi potrebbe ricevere un ticket più alto rispetto a chi ha accesso alla mensa aziendale.

Quando invece si può contestare

La situazione cambia se due lavoratori svolgono le stesse mansioni, nello stesso luogo e con identiche condizioni organizzative, ma ricevono importi diversi senza una motivazione chiara.

In questi casi potrebbe emergere una disparità di trattamento contestabile.

Attenzione però: in Italia non esiste un obbligo generale di perfetta uguaglianza economica tra tutti i dipendenti. Per questo motivo ogni situazione va valutata concretamente.

Prima di contestare è importante verificare:

  • cosa prevede il CCNL applicato;
  • eventuali regolamenti aziendali;
  • accordi sindacali interni;
  • prassi già adottate dall’azienda.

Cosa può fare il lavoratore

Chi ritiene di subire una disparità può innanzitutto chiedere chiarimenti all’azienda o ai rappresentanti sindacali. Molte differenze derivano infatti da accordi interni poco conosciuti dai dipendenti.

Se invece manca una motivazione oggettiva, il lavoratore può valutare una contestazione formale o rivolgersi a un sindacato, a un consulente del lavoro oppure a un legale specializzato in diritto del lavoro.

La documentazione interna e il contratto collettivo applicato restano gli elementi decisivi per capire se la differenza nei buoni pasto sia davvero legittima oppure no.