Caldo Estremo, 10 Regioni fermano il Lavoro nelle Ore Più Calde: Aggiornato l’Elenco

Caldo

Con l’arrivo dell’estate 2026 aumenta il numero delle Regioni che hanno introdotto misure straordinarie per proteggere i lavoratori esposti alle alte temperature. Al momento sono dieci le amministrazioni che hanno adottato ordinanze o accordi specifici contro il rischio da calore: Veneto, Lazio, Umbria, Toscana, Liguria, Puglia, Piemonte, Emilia-Romagna, Lombardia e Abruzzo.

L’obiettivo è ridurre il rischio di colpi di calore e altri problemi legati alle temperature elevate durante le attività svolte all’aperto nei mesi estivi. Altre Regioni, tra cui Campania, Sicilia, Marche, Basilicata e Calabria, potrebbero adottare provvedimenti analoghi nelle prossime settimane.

Stop al lavoro nelle ore più calde

Il modello adottato dalle Regioni è ormai simile in quasi tutto il Paese. Nei giorni in cui la piattaforma Worklimate, sviluppata da Inail e Cnr, segnala un livello di rischio “alto” per i lavoratori esposti al sole e impegnati in attività fisicamente pesanti, scatta il divieto di lavorare nelle ore centrali della giornata.

Nella maggior parte dei casi lo stop riguarda la fascia oraria compresa tra le 12.30 e le 16.00.

Le ordinanze interessano tradizionalmente agricoltura, florovivaismo, edilizia e cave, ma negli ultimi anni il perimetro si è ampliato. Diverse Regioni hanno infatti incluso anche la logistica di piazzale e i rider impegnati nelle consegne urbane con biciclette e motocicli.

La durata delle misure varia da territorio a territorio. Alcune ordinanze resteranno in vigore fino al 31 agosto, altre fino al 15 settembre, mentre la Lombardia ha esteso la validità fino al 23 settembre.

La tutela esiste già nel Testo Unico sulla sicurezza

Le ordinanze regionali non introducono però un obbligo completamente nuovo.

La normativa sulla sicurezza sul lavoro impone già ai datori di lavoro di valutare e gestire il rischio derivante dal caldo estremo. Gli obblighi sono previsti dall’articolo 2087 del Codice civile – norma generale – e dal Decreto Legislativo 81 del 2008 – normativa speciale.

A confermarlo è stata anche la Corte di Cassazione che, con una sentenza del 21 aprile 2026, ha ribadito che il colpo di calore rappresenta un rischio prevedibile e che il datore di lavoro è tenuto ad adottare tutte le misure necessarie per prevenirlo.

Il problema resta la mancanza di regole uniformi

Secondo gli esperti, il vero nodo è rappresentato dalla frammentazione delle regole.

Le ordinanze regionali hanno il merito di trasformare un obbligo generale di sicurezza in una soglia operativa chiara e facilmente verificabile attraverso i bollettini Worklimate. Tuttavia settori coinvolti, periodi di validità e modalità applicative cambiano da Regione a Regione.

Questa situazione crea difficoltà soprattutto alle aziende che operano su più territori e rischia di determinare livelli di tutela differenti tra lavoratori dello stesso comparto.

Per questo motivo cresce la richiesta di una disciplina nazionale uniforme che utilizzi il parametro Worklimate come riferimento unico, garantendo regole uguali per tutti e maggiore certezza sia per i lavoratori sia per le imprese.