Il prezzo del gasolio sta tornando a pesare con forza sui conti degli autotrasportatori. E dopo le proteste dei mesi scorsi, la tensione non si è spenta: dalla Sicilia alla Calabria arrivano nuove richieste di aiuto, mentre in alcune aree si torna a parlare apertamente di fermare i camion.
Il problema non riguarda però soltanto il costo del pieno. Per le imprese significa dover affrontare carburante più caro, costi di gestione in aumento e margini sempre più stretti. Quando il prezzo del gasolio cresce più rapidamente delle tariffe applicate ai trasporti, infatti, il rischio è che il maggior costo rimanga direttamente sulle aziende.
Caro carburante, quanto pesa oggi sui camion
Il dato nazionale aiuta a capire le dimensioni del problema. Secondo Confartigianato Trasporti, tra febbraio e settembre 2026 il maggior costo del carburante ha raggiunto in media 11.200 euro per ogni camion. Considerando un camion che percorre circa 3.000 chilometri al mese, per un mezzo con un serbatoio da circa 900 litri, il pieno è arrivato a costare quasi 468 euro in più rispetto a febbraio.
Sono cifre che incidono direttamente sulla liquidità delle aziende, soprattutto sulle realtà più piccole e sulle imprese monoveicolari.
Il problema è che il trasportatore non può sempre aumentare immediatamente il prezzo del servizio per recuperare l’aumento del gasolio. È proprio questo squilibrio tra costi sostenuti e ricavi che le associazioni di categoria indicano tra le principali difficoltà del momento.
Dalla protesta di aprile allo stop nazionale di maggio
La crisi non è nata nelle ultime settimane. Già in primavera il caro carburante aveva portato gli autotrasportatori a mobilitarsi in diverse parti d’Italia.
In Sicilia, ad aprile, il Comitato Trasportatori Siciliani ha organizzato un fermo dal 14 al 18 aprile, concentrato soprattutto sulle attività portuali. Secondo gli organizzatori, l’adesione ha raggiunto circa il 90% e la protesta ha provocato il blocco delle operazioni di carico e scarico dei semirimorchi nei principali porti dell’isola.
A livello nazionale, invece, Unatras ha proclamato un fermo dal 25 al 29 maggio. La protesta è stata poi sospesa dopo il confronto con il Governo e l’annuncio di misure per circa 300 milioni di euro a favore del settore, insieme alla proroga temporanea del taglio delle accise e ad altri interventi. Tra cui la possibilità per le imprese di autotrasporto di richiedere il ristoro per la maggiore spesa sostenuta in ciascuno dei mesi da marzo a settembre 2026 per l’acquisto di gasolio utilizzato per la trazione dei veicoli rispetto al prezzo del mese di febbraio.
La mobilitazione nazionale non si è trasformata quindi nel blocco previsto. Il problema dei costi, però, non è scomparso. A settembre la questione è tornata infatti a farsi sentire con particolare forza nelle regioni del Sud.
Sicilia, 15 milioni per gli autotrasportatori ma la protesta non si ferma
In Sicilia la Regione ha da poco annunciato un intervento da 15 milioni di euro destinato agli autotrasportatori colpiti dal caro carburante.
Il decreto attuativo è stato definito e prevede contributi fino a 50 mila euro per impresa nell’ambito del cosiddetto super de minimis. La Regione ha inoltre annunciato l’intenzione di chiedere una deroga per poter riconoscere un contributo pari al 70% del maggior costo del carburante, calcolato rispetto ai prezzi di febbraio 2026, per il periodo dal 1° marzo al 31 ottobre.
L’intervento, però, non ha chiuso la vertenza. Gli autotrasportatori siciliani hanno continuato a chiedere risposte anche sul fronte dei costi dei collegamenti marittimi e del Sea Modal Shift (l’incentivo che promuove il trasporto combinato strada-mare), lamentando ritardi nell’erogazione degli incentivi.
A metà settembre il comitato dei trasportatori aveva annunciato la possibilità di fissare la data di un nuovo blocco del trasporto intermodale nei porti siciliani se non fossero arrivate risposte concrete. E proprio il 24 settembre è arrivato un nuovo annuncio: gli autotrasportatori siciliani hanno comunicato l’intenzione di fermarsi per cinque giorni a ottobre contro il caro carburante.
“Il decreto ci è stato dato con il paletto del ‘de minimis’ che alla maggior parte delle nostre aziende associate non va bene perché hanno il plafond pieno avendo utilizzato altri contributi, quindi per noi non può essere utilizzato. Abbiamo chiesto alla Regione di trovare una soluzione alternativa perché col gasolio a due euro e quaranta non possiamo più mettere in moto i nostri camion, non possiamo più lavorare. Ci fermeremo nei nostri piazzali, senza fare però blocchi attendendo una soluzione dal governo. Presumibilmente dal 15 al 20 ottobre resteremo fermi nei nostri piazzali” ha annunciato Salvatore Bella, coordinatore regionale dei lavoratori.
Calabria, dopo mesi di allarmi ora si parla di fermare i camion
La situazione è particolarmente delicata anche in Calabria. Fedralog, attraverso il referente regionale Mario Pansini, da mesi segnala le difficoltà delle imprese calabresi. Già ad aprile l’associazione parlava di una forte riduzione dell’attività e del rischio di un blocco del settore.
Ad agosto l’allarme è diventato ancora più netto: secondo Fedralog, il continuo aumento del gasolio stava erodendo i margini delle aziende, che non riuscivano a trasferire rapidamente tutti i maggiori costi alla committenza. Ora la protesta è entrata in una nuova fase.
Il 23 settembre scorso Fedralog ha convocato a Lamezia Terme un’assemblea straordinaria delle imprese calabresi di autotrasporto. Sul tavolo ci sono lo stato di agitazione, una piattaforma di richieste rivolta alla Regione e al Governo e la possibilità di arrivare al fermo generale dei servizi in Calabria. L’associazione ha indicato un termine di 15 giorni per ottenere risposte concrete. In assenza di un confronto ritenuto sufficiente, potrebbe quindi partire la procedura per una mobilitazione più ampia, come fatto sapere da Mario Panzini, referente dell’associazione Fedralog, a Italia Oggi.
Questa volta, quindi, la protesta non viene presentata soltanto come una richiesta di aiuto sul prezzo del gasolio, ma come una questione più ampia che riguarda la sostenibilità economica delle imprese.
Dal Sud al resto d’Italia, perché il problema riguarda tutta la filiera
Sicilia e Calabria sono oggi due dei territori nei quali la protesta è più evidente, ma il problema del caro carburante riguarda l’intero autotrasporto italiano.
A maggio Unatras aveva riunito le principali associazioni nazionali proprio per chiedere interventi contro l’aumento dei costi operativi e per evitare conseguenze sulla continuità delle forniture. Il trasporto su strada è infatti indispensabile per collegare stabilimenti, porti, magazzini, negozi e supermercati.
Il rischio di un fermo non riguarda quindi soltanto i camionisti o le singole aziende. Se una parte consistente dei mezzi resta ferma, possono rallentare gli approvvigionamenti e aumentare i tempi di consegna. Nel caso della Sicilia, dove una parte significativa delle merci deve viaggiare via mare, il problema può diventare ancora più evidente.
Per questo la questione del carburante si trasforma rapidamente in una questione che riguarda tutta l’economia e che colpisce anche i consumatori, che rischiano di trovarsi davanti agli scaffali vuoti.




