Metalmeccanici, Salari Diversi Tra Industria e Artigianato: Si Supera il 34%

La riforma dell’artigianato preoccupa gli industriali. L’eventuale ampliamento dei limiti dimensionali delle imprese artigiane, fino a 49 dipendenti, alimenta il timore che aziende con strutture produttive simili possano competere applicando contratti collettivi con costi e retribuzioni differenti. Secondo Confindustria, questo potrebbe penalizzare i lavoratori e ridurre le entrate fiscali e previdenziali.

Ma quanto pesa oggi la differenza tra industria e artigianato nella metalmeccanica? Il confronto pubblicato da Il Sole 24 Ore del 1° ottobre evidenzia scarti significativi, distinguendo però due grandezze: lo stipendio lordo del dipendente e il costo complessivo sostenuto dall’impresa.

Stipendi: nell’industria il divario supera il 34%

Il confronto considera i minimi retributivi e ulteriori elementi previsti dai contratti, come scatti di anzianità, indennità di funzione, mensilità aggiuntive e festività retribuite. Per l’industria vengono esaminate aziende con meno di 15 dipendenti.

Al livello iniziale, un operaio metalmeccanico dell’industria, inquadrato nel D1, ha una retribuzione annua lorda di 24.360 euro. Il livello 6 dell’artigianato presenta invece una retribuzione di 20.862 euro: la differenza è del 16,8%.

Salendo negli inquadramenti, aumenta anche lo scarto. Per un operaio C3 dell’industria, la retribuzione annua indicata è di 30.140 euro, contro i 24.067 euro del livello 3 artigiano. Il divario raggiunge così il 25,2%.

Per i quadri, il confronto arriva al 34,4%: 39.494 euro annui nell’industria contro 29.384 euro nell’artigianato.

Questi importi rappresentano valori lordi annui, non somme nette che il lavoratore riceve sul conto corrente. La busta paga effettiva dipende anche dalla situazione individuale, dalle trattenute e dalle eventuali voci aggiuntive riconosciute dall’azienda, oltre gli importi considerati nelle tabelle.

Costo del lavoro: differenze fino al 47,6%

Lo stipendio non esaurisce la spesa dell’azienda. Il costo del lavoro comprende anche TFR, contributi previdenziali, assistenziali e assicurativi.

Per l’operaio D1 industriale, il costo annuo raggiunge 36.667 euro, contro 28.788 euro dell’artigianato: uno scarto del 27,4%.

Nel confronto tra operai C3 e livello 3 artigiano, si passa da 45.320 a 33.219 euro, con una differenza del 36,4%. Per i quadri, il costo industriale arriva a 58.887 euro, contro 39.906 euro: il divario sale al 47,6%.

Welfare e contributi ampliano il confronto

L’analisi delle retribuzioni non comprende il trattamento economico complessivo legato a welfare contrattuale, sanità integrativa e previdenza complementare. Anche queste prestazioni incidono sul valore delle tutele riconosciute al dipendente.

Sul versante contributivo, l’articolo segnala inoltre che, per finanziare assegni familiari e Naspi, l’impresa industriale versa il 2,45% della retribuzione, contro lo 0,40% dell’artigianato: oltre sei volte tanto.

Sono differenze che spiegano perché il dibattito sulla riforma riguardi anche salari, protezioni sociali e condizioni di concorrenza tra imprese.