Stipendi Scuola e Statali? Conviene Tenerli Bassi. Decisione Presa per un Motivo Preciso

Negli ultimi anni molti lavoratori pubblici hanno visto crescere lo stipendio solo sulla carta. In termini reali, cioè al netto dell’inflazione e delle imposte, il saldo è spesso negativo. È questa la tesi centrale del nuovo libro Il prezzo nascosto. Lavoro, salari e fisco nell’Italia dell’inflazione, firmato da Marco Leonardi e Leonzio Rizzo e pubblicato da Egea.

Il volume ricostruisce come, nel periodo di alta inflazione, la stabilità dei conti pubblici sia stata ottenuta soprattutto grazie a un trasferimento silenzioso di risorse dai redditi fissi allo Stato.

Il caso simbolo: l’insegnante con 20 anni di carriera

Uno degli esempi più chiari riguarda un insegnante della scuola secondaria con 18–24 anni di anzianità. Tra il 2019 e il 2025 il suo stipendio lordo è aumentato, ma non abbastanza da compensare l’aumento dei prezzi.

Se il salario fosse stato pienamente adeguato all’inflazione cumulata, oggi il suo reddito netto annuo sarebbe superiore di oltre duemila euro. Invece, la combinazione di rinnovi contrattuali tardivi e maggiore pressione fiscale ha prodotto una perdita secca.

Cos’è il fiscal drag e perché pesa sui redditi fissi

Una parte della perdita non dipende solo dagli stipendi. Gli autori spiegano il ruolo del fiscal drag, il cosiddetto “drenaggio fiscale”:

  • con l’inflazione i redditi nominali crescono;
  • scaglioni Irpef e detrazioni non vengono aggiornati automaticamente;
  • il contribuente finisce in fasce di tassazione più alte senza essere realmente più ricco.

Il risultato è un aumento delle entrate fiscali che non corrisponde a un miglioramento del tenore di vita.

Non solo insegnanti: il collaboratore scolastico

La stessa dinamica emerge per un collaboratore scolastico con oltre 35 anni di servizio. In questo caso le riduzioni fiscali introdotte negli ultimi anni attenuano il drenaggio, ma non bastano a compensare la mancata crescita salariale reale.

Tabella riassuntiva: chi perde e quanto

Contratti fermi durante l’inflazione

Il libro allarga lo sguardo al sistema nel suo complesso. Nel biennio 2022–2023, quando l’inflazione ha toccato i livelli più alti, quasi nessun grande contratto collettivo è stato rinnovato. Gli adeguamenti sono arrivati dopo, quando la spinta dei prezzi si stava già riducendo, lasciando scoperto il periodo più critico.

Conti pubblici in ordine, ma a quale prezzo?

Secondo Leonardi e Rizzo, il fiscal drag ha contribuito a un incremento strutturale del gettito Irpef di oltre 25 miliardi l’anno tra lavoratori dipendenti e pensionati. Questo ha facilitato il rientro dei conti e il rispetto degli obiettivi europei sotto il governo di Giorgia Meloni.
Ma il messaggio degli autori è chiaro: la stabilità è stata pagata soprattutto da chi vive di reddito fisso.

Un problema che viene da lontano

L’inflazione recente, sostengono gli economisti, ha solo reso evidente una fragilità strutturale. Dal 1991 a oggi i salari reali sono cresciuti in tutte le grandi economie occidentali, mentre in Italia sono rimasti sostanzialmente fermi, se non in lieve calo.

Per questo la conclusione del libro è netta:

  • il fisco può limitare il drenaggio;
  • ma il vero recupero del potere d’acquisto deve passare da salari più alti, sostenuti dal sistema produttivo.

La scelta politica resta aperta: più entrate per tenere in ordine i conti o più reddito disponibile per chi lavora. In mezzo, c’è il “prezzo nascosto” che milioni di italiani stanno già pagando.