Nel 2026 licenziare un lavoratore a tempo indeterminato costerà fino a 649,73 euro per ogni anno di anzianità. È questo l’importo del cosiddetto ticket di licenziamento, calcolato sulla base del massimale Naspi comunicato dall’Inps.
A fissare i nuovi valori è stato lo stesso Istituto previdenziale con la circolare n. 4/2026, che ha stabilito per il 2026 un massimale mensile Naspi pari a 1.584,70 euro. Il ticket è pari al 41% di questa cifra.
Quanto si paga nel 2026
Il 41% di 1.584,70 euro corrisponde a 649,73 euro annui. L’importo è dovuto per ogni anno di servizio maturato dal lavoratore presso l’azienda che procede al licenziamento, fino a un massimo di tre anni.
Questo significa che il costo massimo ordinario può arrivare a 1.949,19 euro.
Per le frazioni di anno il calcolo è mensile: l’importo annuo viene diviso per dodici e si considera mese intero se il rapporto è durato più di 15 giorni.
Nei licenziamenti collettivi senza accordo sindacale e con aziende soggette a Cigs il contributo può arrivare a essere sestuplicato, superando nel triennio gli 11.600 euro.
Perché esiste il ticket di licenziamento
Il contributo è stato introdotto con la legge 92/2012, la riforma Fornero. Non è una sanzione, ma una forma di finanziamento della disoccupazione.
Le somme versate dalle aziende confluiscono infatti nel sistema che finanzia la Naspi, l’indennità di disoccupazione riconosciuta ai lavoratori dipendenti che perdono involontariamente il posto.
In pratica, il ticket serve a sostenere economicamente il meccanismo che permette al lavoratore licenziato di presentare domanda di Naspi e ricevere un sostegno al reddito.
Quando è dovuto
Il contributo si applica alle cessazioni di rapporti a tempo indeterminato volute da datore di lavoro, salvo dimissioni volontarie, risoluzioni consensuali e poche altre eccezioni previste dalla normativa.
Essendo contribuzione obbligatoria, il mancato pagamento comporta le sanzioni previste per omissione contributiva.




