Nella giornata di ieri alla Camera dei deputati la maggioranza ha bocciato la proposta unitaria delle opposizioni sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, compresa l’ipotesi della settimana corta di quattro giorni. Il voto è arrivato dopo il parere negativo della Commissione Bilancio, che ha recepito le osservazioni della Ragioneria generale dello Stato sulla mancanza di coperture finanziarie. L’emendamento soppressivo ha ottenuto 132 voti favorevoli, 90 contrari e 9 astenuti.
Il testo era stato presentato dai gruppi di Alleanza Verdi e Sinistra, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico, con primo firmatario Nicola Fratoianni e tra i promotori Giuseppe Conte, Angelo Bonelli ed Elly Schlein. La proposta mirava ad avviare anche in Italia un percorso di riduzione dell’orario di lavoro settimanale fino a 32 ore, mantenendo invariato lo stipendio.
Cosa prevedeva la proposta sulla settimana corta
La proposta di legge, denominata “Lavorare meno per vivere meglio”, puntava a favorire accordi tra imprese e sindacati per ridurre progressivamente l’orario di lavoro contrattuale da 40 a 32 ore settimanali, anche organizzando il lavoro su quattro giorni invece che su cinque.
Il meccanismo non prevedeva un taglio immediato imposto per legge, ma una sperimentazione basata sulla contrattazione collettiva. I contratti nazionali, territoriali o aziendali avrebbero potuto introdurre nuovi modelli organizzativi per ridurre l’orario mantenendo la retribuzione invariata e investendo in formazione e innovazione tecnologica.
Per incentivare le imprese ad aderire, il testo prevedeva anche una serie di agevolazioni contributive, un modo per aiutare le imprese ad affrontare il cambiamento epocale. In particolare era previsto un esonero del 30% dei contributi a carico delle aziende per tre anni, percentuale che sarebbe salita al 50% per le piccole e medie imprese. Restavano invece esclusi dal beneficio i settori agricolo e domestico.
Sperimentazione triennale e obiettivo 32 ore
Il progetto prevedeva una fase di sperimentazione triennale per verificare gli effetti della riduzione dell’orario su produttività, occupazione e benessere dei lavoratori. Durante questo periodo sarebbe stato istituito anche un Osservatorio nazionale sull’orario di lavoro con il compito di monitorare l’impatto delle nuove organizzazioni aziendali.
L’obiettivo finale era arrivare gradualmente a un orario standard di 32 ore settimanali, senza riduzione della retribuzione e con una maggiore redistribuzione del lavoro. Si parlava quindi di 3 ore in meno rispetto alla proposta dei sindacati metalmeccanici Fim-Fiom-Uilm che durante il negoziato chiuso lo scorso 22 novembre, per il rinnovo del CCNL, avevano chiesto agli Industriali di ridurre l’orario a 35 ore.
Scontro politico su costi e coperture
La maggioranza ha motivato la bocciatura soprattutto con i costi della misura. Secondo il presidente della Commissione Lavoro della Camera, Walter Rizzetto (Fratelli d’Italia), la riduzione dell’orario avrebbe comportato una spesa stimata in oltre 8 miliardi di euro annui tra il 2027 e il 2028, senza garanzie di un aumento della produttività.
Durissima la reazione delle opposizioni. La segretaria del Pd Elly Schlein ha accusato la maggioranza di aver affossato una proposta che puntava a migliorare le condizioni di lavoro e a sfruttare i benefici della tecnologia per produrre di più lavorando meno. Secondo i promotori, infatti, la riduzione dell’orario avrebbe potuto favorire nuova occupazione, ridurre lo stress lavoro-correlato e migliorare l’equilibrio tra vita privata e lavoro.




