Badante riceve oltre 600mila euro da un Anziano: per la Cassazione non c’è reato

Badante

La Corte di Cassazione interviene su un caso delicato che riguarda il rapporto tra assistenza familiare e gestione del patrimonio di persone fragili. Al centro della vicenda, una badante accusata di aver ottenuto oltre 600mila euro da un anziano affetto da morbo di Parkinson. La decisione dei giudici chiarisce un punto fondamentale: non basta la malattia per dimostrare l’incapacità della persona e configurare un reato.

Il caso: acquisti, assegni e polizze sotto accusa

La vicenda nasce da una condanna in secondo grado da parte della Corte d’Appello di Firenze. Alla badante era stato contestato il reato di circonvenzione di incapace per aver indotto l’anziano a compiere diversi atti patrimoniali in suo favore.

Nel dettaglio, l’uomo aveva acquistato un’auto intestata alla donna, riscattato una polizza assicurativa da 500mila euro e disposto due assegni bancari da 33mila e 100mila euro. Secondo l’accusa, queste operazioni sarebbero state il risultato di una condotta di induzione approfittando della sua fragilità.

Il ricorso: dubbi su incapacità e induzione

La difesa ha contestato la sentenza evidenziando due aspetti centrali. Il primo riguarda la mancanza di prove concrete sull’incapacità dell’anziano. In particolare, non risultava alcuna diagnosi medica di infermità o deficit psichico.

Il secondo punto riguarda l’assenza di una vera attività di induzione. La difesa ha sottolineato anche la mancata audizione del notaio che aveva seguito un atto di remissione del debito, compiuto dall’anziano per riconoscenza verso la badante. Un elemento considerato decisivo, perché avrebbe potuto dimostrare la piena capacità dell’uomo al momento delle scelte economiche.

La decisione della Cassazione: motivazione illogica

La Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando una contraddizione nella sentenza d’appello. I giudici avevano infatti riconosciuto valida una procura conferita dall’anziano alla figlia, che presuppone la piena capacità di agire, ma allo stesso tempo avevano ritenuto l’uomo incapace in un momento precedente.

Una valutazione definita “manifestamente illogica”. Inoltre, la Suprema Corte ha ricordato che il morbo di Parkinson non comporta automaticamente un deficit cognitivo. I medici avevano parlato solo di un rallentamento della memoria, divenuto grave solo dopo i fatti contestati.

Per questo motivo, la sentenza è stata annullata con rinvio a una nuova sezione della Corte d’Appello di Firenze, che dovrà verificare se e quando sia effettivamente insorto uno stato di incapacità rilevante.