La Corte costituzionale, con la sentenza n. 35 depositata il 20 marzo 2026, interviene su un tema centrale per chi percepisce prestazioni pubbliche: dichiarare il falso per ottenere un beneficio economico è reato. Il caso riguardava il Reddito di cittadinanza, ma i principi affermati valgono oggi anche per l’Assegno di inclusione (Adi), che ha sostituito il precedente sussidio.
La norma: carcere da 2 a 6 anni per chi dichiara il falso
Al centro della decisione c’è l’articolo 7, comma 1, del decreto-legge n. 4 del 2019. La norma – ora abrogata – punisce con la reclusione da due a sei anni chi, per ottenere indebitamente il Reddito di cittadinanza, presenta dichiarazioni false, utilizza documenti non veritieri oppure omette informazioni dovute.
La Corte ha confermato che questa pena non è sproporzionata. Anche se severa, è considerata coerente con la finalità della norma: prevenire abusi su una misura ampia e facilmente accessibile.
I reati legati a dichiarazioni false o omissioni per ottenere il Reddito di cittadinanza non sono scomparsi. Sono stati ripresi dal decreto-legge 48/2023 sull’Assegno di inclusione, che prevede le stesse condotte punite e la stessa pena da 2 a 6 anni, confermando la continuità della tutela penale. La sentenza quindi ha valore attuale, in merito all’Assegno di Inclusione.
I tre principi penali: perché la pena è legittima
Entrando nel merito, la Consulta ha richiamato tre principi fondamentali del diritto penale.
Il primo è il principio di proporzionalità: la pena deve essere adeguata al fatto. In questo caso, secondo la Corte, i due anni minimi di reclusione non sono irragionevoli.
Il secondo è il principio di ragionevolezza: la norma non è illogica né arbitraria, perché si riferisce a una fattispecie specifica e ben delimitata.
Il terzo è il principio della funzione rieducativa della pena: la sanzione deve avere anche un effetto deterrente, soprattutto in presenza di prestazioni pubbliche di larga diffusione.
Dal Reddito di cittadinanza all’Adi: cosa cambia per i beneficiari
Proprio su questo punto si innesta l’aspetto più rilevante. Anche se la sentenza riguarda il Reddito di cittadinanza, i principi affermati sono pienamente applicabili all’Assegno di inclusione.
Chi oggi presenta domande per l’Adi deve quindi sapere sono punite le condotte di chi, per ottenere il sussidio, presenta dichiarazioni false, utilizza documenti non veritieri oppure omette informazioni dovute. Si tratta di reati legati alla percezione indebita di un beneficio pubblico, con rilevanza penale diretta.
In altre parole, cambia il nome della misura, ma non cambia la responsabilità: mentire per ottenere un sussidio pubblico espone a conseguenze penali gravi.




