Aumentare i Salari, sì può. Come? Legando i contratti e i salari ai risultati di produttività aziendale.
E’ quanto sostiene il Presidente di Confindustria Carlo Bonomi intervistato dal quotidiano Il Messaggero, che mette in evidenza anche i nodi critici connessi alla diffusione di un tale sistema di contrattazione.
Le faccio una provocazione. Ma non sarà che molti giovani di questo millennio hanno una concezione diversa del lavoro? Non vede nelle nuove generazioni un interesse maggiore alla tutela del tempo libero e un certo distacco per quella che una volta era la sicurezza del posto fisso?
«Il mondo del lavoro si sta trasformando da decenni. Ma politica e sindacati continuano a intervenire sul lavoro guardando al passato. Continuano a inseguire il modello di un lavoro con contratto a tempo indeterminato in una azienda per tutta la vita. Non è così da decenni ormai. Non solo i giovani lavoratori oggi hanno esigenze diverse, succede anche alle nuove generazioni di imprenditori, anche loro hanno un approccio diverso al mondo del lavoro. Quindi, per risponderle, la visione è cambiata per i giovani che cominciano a lavorare ma anche per gli imprenditori».
Cioè?
«Il lavoro non è più il vecchio scambio fordista tra orario e salario. E’ un’attività che va misurata sul risultato, a prescindere dal luogo in cui lo si presta e dall’orario. Il contratto nazionale di lavoro resta un presidio virtuoso per i minimi salariali e i diritti del lavoratore. Ma i nuovi profili tecnici del lavoro oggi non si trovano nelle vecchie tabelle d’inquadramento nazionale di ogni settore, cambiano da impresa a impresa. Per questo serve un balzo in avanti della diffusione dei contratti integrativi aziendali: è lì che si decide la retribuzione ottimale per qualifiche, la metrica della produttività premiata, il welfare aziendale. Nonché un salario commisurato anche ai reali costi territoriali: il costo della vita a Milano non è quello di altre città. Nel sindacato aziendale questa consapevolezza c’è, a livello nazionale politica e parte del sindacato ancora non lo capiscono».
Perché?
«Perché spostare la contrattazione nelle fabbriche significa togliere potere alle direzioni centrali, al sindacato nazionale e ai partiti».




