Il D.L. Rilancio ha esteso il divieto di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, sia individuale che collettivo, al 17 agosto 2020. Di conseguenza sono da ritenersi invalidi tutti gli atti di recesso intercorsi fino a questo data.

Ma cosa accadrà dopo?

In assenza di una ulteriore proroga di questo termine da parte di una norma di legge o eventuale accordo collettivo migliorativo è il caso di domandarsi quali possono essere gli strumenti attivabili sulla base della legislazione attualmente in essere.

Un prima risposta la offre proprio il D.L. Rilancio. In particolare l’articolo 60 che prevede “Aiuti sotto forma di sovvenzioni per il pagamento dei salari dei dipendenti per evitare i licenziamenti durante la pandemia di COVID-19”.

Si tratta di una misura la cui operatività è rimessa ad azioni coordinate di Regioni, Provincie autonome e altri enti territoriali che – secondo quanto prevede la norma – dovrà consistere in un “Patto” attraverso il quale l’impresa accede agli aiuti di Stato per pagare i costi salariali (nella misura sono ricompresi anche i lavoratori autonomi) in cambio si impegna a non procedere ai licenziamenti durante la pandemia da Covid19. Su quest’ultimo aspetto temporale la norma non è molto chiara, dunque non è da escludere che faccia riferimento allo stato emergenziale decretato dal Governo che, allo stato delle cose, è fissato al 31 luglio 2020, salvo proroghe.

La sovvenzione può essere concessa per un periodo di 12 mesi e può essere retrodatata al 1° febbraio 2020. E non può superare l’80% della retribuzione mensile lorda del personale beneficiario (compresa la parte dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro).