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Roma, 28 settembre 2020. Recentemente una collega iscritta CISL, avvilita, mi ha raccontato il seguente episodio, accaduto in una regione tra le più avanzate d’Italia, in prossimità delle elezioni per il rinnovo provinciale delle cariche al locale Ordine dei Medici.
Nella formazione della lista dei candidati eleggibili veniva respinta, o meglio non veniva presa in considerazione, la disponibilità di diverse colleghe a partecipare alla vita dell’Ordine, con queste parole: “…abbiamo cercato ma non abbiamo trovato nessuna al di sotto dei cinquant’anni, perché dalla FNOMCEO si auspicava un aumento nelle liste di donne e di giovani (ma non di giovani donne!! sic..) .
Il fatto di per se’ era abbastanza seccante, ma poi, spulciando i dati degli altri candidati al consiglio, essi risultavano per l’80% colleghi maschi con un età superiore ai sessant’anni.
Per cui… il criterio dell’età era valido solo per le donne…
Nessuno dei candidati anziani riteneva opportuno dimettersi per cedere posto ai giovani e alle donne (non solo alle donne giovani), e poiché la ricerca era stata condotta fra le donne al di sotto dei cinquant’anni, alla fine quelle colleghe non hanno avuto una propria rappresentanza all’interno del consiglio. Lo scrivo meglio : il Consiglio di quella provincia ha perduto una rappresentanza di genere.
Questo la dice lunga sulle interpretazioni quanto meno originali (per non dire discriminatorie), in uso nella seconda metà dell’anno di grazia 2020.
Anche nella professione più bella del mondo, sempre più esercitata dalle donne, gli stereotipi “ad escludendum” sono duri a scomparire. Anche se poi fioccano gli applausi e le foto e i titoloni, anche sui media esteri, per le nostre tenaci colleghe.
Tutti – infatti – abbiamo visto il contributo lavorativo dato, nella Covid-19, dal genere femminile nella Sanità in Italia e nel Mondo.
Tutti abbiamo notato la abnegazione, la fatica fisica di turni infiniti, le forche caudine rappresentate dalla scarsità dei DPI, le cui caratteristiche erano di un totale “disconfort” di genere.
Abnegazione e fatiche condivise con noi, colleghi uomini, ma purtroppo, la parità lavorativa nella dura realtà della pandemia – al tempo del coronavirus – non si accompagna ad analoga parità nel riconoscimento di meriti e valori, anzi si coniuga con le permanenti difficoltà d’accesso alle posizioni di vertice e al cosiddetto soffitto di cristallo (cristallo non sottile, bensì con spessore come il piombo).
Anche questo è un diritto di cittadinanza e anche questo è un diritto negato, come il timoroso pudore con cui una donna, nel 2020, nella Sanità, comunica ai propri responsabili aziendali il suo stato di gravidanza (per il quale una società alle prese con una denatalità come quella italiana, con un barlume di lungimiranza, dovrebbe affrettarsi a creare solo premialità).
Timore che il contratto a termine non venga rinnovato, timore che possa iniziare una segregazione verticale (“no in sala operatoria, si in ambulatorio”) delle mansioni, per non parlare di una vera e propria segregazione verticale nella carriera.
Perche è questo quel che succede attualmente. Come medico non voglio tacerlo. Come uomo non voglio accettarlo.
Fare avanzare i diritti delle donne significa far avanzare la democrazia, e le azioni positive per la affermazione dei diritti della condizione femminile dovranno essere presenti nell’agenda di tutte le sigle sindacali, soprattutto delle categorie impegnate in sanità, dove la prevalente presenza femminile rimane un dato di fatto, con un contrasto più deciso, più esplicito, più articolato alla rimozione di genere che permane inossidabile in buona parte dell’organizzazione sanitaria. Proprio quella organizzazione sanitaria che, di questi tempi, avrebbe soltanto da guadagnare dal contributo creativo e innovativo delle donne, proprio in un momento come l’attuale in cui il SSN va ripensato e reindirizzato nella sua “mission” nella prevenzione e nella terapia, nell’acuzie e nella cronicità, nel territorio e nell’ospedale.
Mi si conceda l’orgoglio di dire ad alta voce che la CISL Medici ha SEMPRE favorito in ogni modo la parità, unica testimonianza possibile di vera civiltà e prodromo di qualsiasi progresso, umano e scientifico al tempo stesso.
Valorizzare il lavoro delle donne, riconoscendone la leadership, significa promuovere la liberazione del tempo delle donne, per liberare il loro talento e utilizzarlo nella società, per fruirne tutti.
Per far ciò occorre una nuova organizzazione di Welfare che preveda, di pari passo a nuove organizzazioni del lavoro, sostegni per la famiglia, per la scuola, gli asili e il lavoro di cura informale, cioè la cura dei fragili, dei bimbi, degli anziani non autosufficienti, di tutte le persone con gravi disabilità, ancora dalla società italiana troppo spesso affidate o meglio “appaltate“ alle donne.
E quale occasione migliore, quale opportunità si potrebbe presentare, se non la progettazione del “Recovery Fund” per tenere alto uno sguardo di genere, come faro che rischiari un mare sempre troppo insidioso ?!?!
L’attenzione al genere femminile nella destinazione delle risorse riuscirebbe, nonostante la bassa capacità progettuale dimostrata fino ad ora dal Paese, a risolvere in modo trasversale i nodi cruciali in cui è avviluppata da decenni la società italiana.
Liberare il tempo delle donne significa infatti aumentare la partecipazione al mercato del lavoro, superando quel gap ormai strutturale già noto come grande fattore di blocco della società italiana.
Esso si è acutizzato proprio con la pandemia, se si pensa che al calo del Pil ha corrisposto un aumento delle disuguaglianze, e con triste ovvietà ciò si è manifestato come sempre a sfavore delle donne.
In altre parole il pesante calo del lavoro in settori come il turismo, i trasporti, il lavoro di cura organizzato (settori in cui è alta la concentrazione della presenza femminile), si è tradotto – in cifre – in un calo quasi del 3% per le donne ma solo del 2 % per gli uomini. Ai disattenti che trascurassero la differenza giova ricordare come, in altri termini, il disagio maschile è stato inferiore di un terzo rispetto a quello che ha colpito il genere femminile.
Specularmente, in questo periodo di pandemia, ha fatto da contraltare un vertiginoso aumento, sempre per le donne, del lavoro di cura informale per la famiglia.
Basta ricordare quanto abbia pesato su di esse la distribuzione asimmetrica del carico di lavoro, tra le mura domestiche, durante il lungo “lockdown”) : in molte famiglie, anche se entrambi i coniugi si sono trovati ad operare in “smart working”, alle donne è toccata la maggior parte del lavoro domestico, la cura dei figli costretti a casa per la chiusura delle scuole, condividendo con essi, alle prese con la “web didattica”, spazi angusti e difficoltà tecniche, e tenendo al contempo a bada bimbi piccoli, magari durante delicati Webinar professionali. E’ accaduto un po’ a tutti, ce ne siamo accorti forse troppo pochi.
Esperimento, quello del “tutti a casa”, che per certi versi ha giovato anche a noi padri, più vicini ai figli e alle problematiche del lavoro di cura domestico, pur evidenziando altri problemi dello “smart working”, come ad esempio il diritto alla disconnessione, ma questo è argomento che – assieme alla confederazione CISL – contiamo di affrontare e risolvere con un accordo apposito con il Governo.
Per concludere, la CISL Medici lo ha già scritto e detto mille volte, ma lo ripeto convintamente e volentieri : garantire tutele, favorire opportunità, immettere e rendere disponibili risorse femminili anche ai “piani alti del lavoro” significa anche superare l’annoso problema del gap salariale, in modo che la questione femminile non sia una permanente ferita da rimuovere, ma il volano per lo sviluppo di questo Paese, una nazione dalle possibilità immense ma dalle sensibilità troppo spesso dormienti.

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Fonte: cisl.it