Intervista a Michele De Palma

«E’ inaccettabile l’attacco di Confindustria a chi paga di più il prezzo della crisi», denuncia Michele De Palma, segretario nazionale Fiom Cgil. «Per uscirne è necessaria una visione del futuro che parta dalle persone e dall’ambiente, innovando l’industria»

II presidente di Confindustria Bonomi va all’attacco, stigmatizzando come «sussidistan» i sostegni, in questa fase più che necessari, a chi non ha reddito, mentre torna ad attaccare quota 100 e a chiedere sacrifici ai lavoratori (che dal suo punto di vista dovrebbero pagarsi l’Irpef). Su questi temi, sui molti tavoli aziendali di crisi e sullo scenario che si apre con il venir meno del blocco dei licenziamenti abbiamo chiesto un commento al sindacalista Michele De Palma.
«Colpisce la decisione del presidente di Confindustria di attaccare in modo così duro le scelte fatte dal governo per tutelare le persone che hanno pagato il prezzo più alto della pandemia e della crisi», dice il segretario nazionale Fiom Cgil. «Parliamo di persone che già avevano pagato un prezzo alto. Come ben sappiamo l’emergenza Covid ha portato in primo piano e ampliato le disuguaglianze. Molti lavoratori e lavoratrici hanno perso il lavoro. Molti di loro erano eia precari in precedenza, altri erano già in ammortizzatori sociali».

Come intervenire in questo grave quadro di crisi?
«Se calcoliamo le risorse che sono trate investite nel corso di questi anni sul sistema d’impresa versus quelle che sono state investite sulle persone che per vivere devono lavorare si nota una assoluta sproporzione. In questo momento occorre investire sulla domanda interna. Quando si danno risorse alle persone in termini di salario (aumentandolo e aumentando le indennità di cassa integrazione) si risponde anche alle esigenze delle imprese, alimentando il mercato interno. Il solo export non basta, lo abbiamo visto bene durante questa crisi. Se si uscisse da un certo populismo e si affrontassero gli interessi del sistema Paese ci si renderebbe conto che certi slogan che inseguono il consenso non risolvono i problemi reali con i quali facciamo i conti tutti i giorni nelle aziende. Faccio presente che noi abbiamo continuato a negoziare con le imprese. Vedo invece una superfetazione politica nell’approccio del presidente di Confindustria. Noto un ceno populismo delle classi dirigenti».

Tornando ai finanziamenti alle imprese, il segretario Cgil Landini ha detto che dal 2015 al 2020 hanno ricevuto sussidi pari a 50 miliardi di euro.
«Bisogna vedere se quei soldi abbiano determinato un aumento della produttività del sistema Paese. La produttività da pane dei lavoratori c’è. Bisogna mettersi d’accordo su quale sia l’interesse. Il punto è che sta venendo meno l’interesse comune nel nostro Paese, perché se uno fa prevalere l’interesse privato sull’interesse pubblico, anche dal punto di vista economico ne paghiamo tutti le conseguenze».

Gli operai si sono dimostrati estremamente responsabili, hanno continuato a lavorare anche durante il lockdown. Nel settore sanitario, ma non solo, sono aumentate le morti sul lavoro (del 21 per cento circa). In questo quadro suona ancora più inaccettabile la pretesa di Bonomi?
«Penso che il presidente di Confindustria avrebbe bisogno anche di aggiornare le proprie conoscenze. Faccio un esempio che riguarda i metalmeccanici. Durame il lockdown abbiamo fatto accordi con le imprese e ne abbiamo stretto uno con Federmeccanica per applicare all’interno delle aziende i principi che erano stati individuati dalla comunità scientifica. Perché una cosa è definire delle linee guida, altra cosa è tradurle concretamente: dai dispositivi di protezione personale al metro e mezzo di distanza, a come fare le assemblee, alle quali non abbiamo voluto rinunciare. Adesso siamo nel pieno del rinnovo dell’accordo dei contratti dei metalmeccanici. Sono aperti tutti i tavoli. Ma c’è un punto fermo: non è accettabile che i lavoratori siano strategici ed essenziali durante l’emergenza e poi non più. Hanno difeso la salute pubblica e hanno difeso anche le imprese. In Italia anche prima del Covid abbiamo visto tante aziende che prendevano soldi pubblici e poi scappavano. Chi ha difeso il sistema industriale del Paese siamo stati noi, i metalmeccanici. Ora non ci vorremmo trovare nella situazione surreale per cui ci viene chiesto di andare a lavorare quando ce n’è bisogno e di non avere diritti, di non avere aumenti in paga base. Ricordo a tutti che i lavoratori in cassa integrazione hanno continuato a pagare le casse. Le imprese hanno chiesto di cancellare l’Irap e per una parte non l’hanno pagata. La Confindustria in questo momento ha fatto una scelta politica. Ha anche provato a dare una spallata al sindacato e al governo. Senza successo, almeno finora. Mi sembra un atteggiamento che non risponde alle urgenze reali».

La pandemia ha provocato un massiccio ricorso allo smart working. Manca una adeguata regolamentazione?
«La legge pre-Covid prevede solo accordi di carattere individuale. Noi invece stiamo cercando di fare accordi di carattere collettivo. Le aziende hanno ridotto le spese con lo smart working, risparmiando sui costi fissi: dagli immobili ai dispositivi di protezione individuate, all’energia elettrica. E ne hanno scaricato il peso su chi lavora da casa e deve metterci del proprio per poter continuare a lavorare anche in cassa integrazione. Ribadisco, va fatto un accordo con il contratto nazionale che serva a migliorare la condizione di chi continua a lavorare in smart working. Siamo a un passaggio fondamentale. Il contratto dei metalmeccanici è quello che ispira tutta la contrattazione del privato, a quel tavolo con Federmeccanica si svolge un confronto che ha carattere generale».

Cosa ci dobbiamo aspettare quando scadrà la cassa e si sbloccheranno i licenziamenti?
«Rispondo portando l’esempio del settore metalmeccanico, quello che conosco di più. Già prima dell’emergenza Covid-19 avevamo interi settori della siderurgia che erano attraversati da una situazione molto complessa, o di ristrutturazione dei mercati o di ristrutturazione dei processi produttivi. Potrei parlare di Whirlpool per gli elettrodomestici, di Ilva per la siderurgia, di Fca per quanto riguarda l’auto. In tutti questi ambiti, e non solo, l’emergenza Covid ha acuito la crisi. Al contempo l’automotive in questo momento in tutta Europa sta beneficiando di sussidi statali alla domanda di acquisto di veicoli. C’è un rimbalzo della domanda anche negli elettrodomestici. A dicembre si prefigura un aumento del lavoro in alcuni settori. Infatti alla SeveI in Vai di Sangro e altrove degli interinali sono chiamali al lavoro. Il punto qual è ora? O si fa una scelta industriale di consolidamento di questo settore oppure il rischio è che a gennaio non sappiamo cosa potrà accadere; questo in ogni settore. Su abbiamo chiesto una interlocuzione al governo, in particolare al ministro Pauianelli, ma non si è aperto alcun confronto sugli strumenti di politica industriale necessari».

Occorre anche una riforma degli ammortizzatori sociali?
«Farci una premessa: questa crisi ha dimostrato che abbiamo gli aminonizzaiori migliori in Europa. All’estero non esiste un sistema come quello che noi abbiamo, per esempio, nell’indusiria metalmeccanica. C’è un punto di debolezza però: gli ammortizzatori sociali . non sono universali. Non dobbiamo avere disparità. Oggi accade die lavoratori di grandi aziende possano accedere agli ammortizzatori mentre altri perdono il posto di lavoro. E necessario cambiare questo sistema. Se a gennaio rischiamo licenziamenti, dobbiamo pensare già da ora a investimenti strutturali per I industria, in senso tecnologico ed ecologico. E poi dobbiamo puntare a ridurre l’orario di lavoro. Il decreto Rilancio e il decreto Agosto prevedono strumenti come il fondo nuove competenze che permettono di fare formazione e ridurre l’orario di lavoro, mantenendo il salario delle persone. Ma quegli strumenti devono trovare applicazione per il mantenimento dell’occupazione e per produrre quello che noi chiamiamo rigenerazione degli stabilimenti, ovvero una staffetta generazionale. E’ necessaria una visione del futuro che parta dalle persone e dall’ambiente per innovare l’industria».

 

 

 

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Fonte: fiom-cgil.it