Parecchie voci di disaccordo si sono espresse in queste ultime settimane sulla pericolosa ipotesi, prevista nel testo della Legge Delega sulla riforma fiscale, in discussione in questi giorni nelle Commissione di Camera e Senato, di aumentare la tassazione sulle prestazioni finali, in capitale o in rendita, dei Fondi Previdenziali. L’ipotesi è di adeguare le aliquote al “regime ordinario” alzando le attuali percentuali di tassazione, che variano tra il 15% e 9%, in base agli anni di iscrizione al fondo pensione, o al 26%, della tassazione dei rendimenti finanziari o al regime di tassazione dei redditi di lavoro, che parte dal 23%.  

L’attuale vantaggio fiscale, previsto dal legislatore per le prestazioni pensionistiche dei Fondi previdenziali, è funzionale a promuovere la previdenza complementare, la seconda gamba pensionistica e sostenere i lavoratori nel costruire, durante la vita lavorativa, un risparmio da godere nel periodo della pensione e da affiancare al valore della prestazione pensionistica pubblica. Ad oggi l’adesione ai fondi pensioni è drammaticamente ferma da anni al 36% (dati Covip) del totale dei lavoratori attivi. E’ questo l’elemento primario da affrontare per chi vuole interessarsi di Previdenza Complementare, di Previdenza Pensionistica in senso più ampio.

A maggior ragione, se l’analisi è compiuta dalla politica, dal legislatore. Se l’adesione alla Pensione Integrativa non aumenterà significativamente, nei prossimi anni si configurerà una drammatica situazione sociale.  Due terzi dei futuri pensionati dovrà drasticamente ridurre il tenore di vita, le risorse economiche a sostegno del proprio tenore di vita scenderanno da un giorno all’altro del 50%. Infatti, come ormai noto, la riforma Dini riconoscerà una prestazione pensionistica con il conteggio contributivo per importo compreso tra il 50% e il 60% dell’ultimo stipendio percepito, che diminuisce qualora, come sta capitando a molti giovani, non vi sia una continuità lavorativa e quindi contributiva.

Immagiamo quali tensioni sociali avremo se questa ipotesi si dovesse manifestare. Nel comparto metalmeccanico, che occupa più di 2,5 milioni di addetti, i dati che abbiamo portano forti preoccupazione. I Fondi negoziali ( Cometa e Fondapi), rivolti agli addetti dell’Industria  e PMI metalmeccanica ( 2 milioni circa), nella percentuale di adesione, rispecchiano i dati Covip, ciò vuol dire che avremo 1 milione e 400 mila futuri poveri, pur percependo la pensione pubblica. Situazione ben più grave nel comparto dell’Artigianato metalmeccanico dove, in mancanza di un fondo negoziale pensionistico, per pigrizia delle associazioni datoriali, oggi quasi la totalità dei 500 mila artigiani metalmeccanici non aderisce ad alcuna forma di pensione integrativa.

E’ evidente quindi che è da questo scenario, conosciuto da tutti gli esperti di Previdenza, che l’intervento della politica dovrebbe partire.

Non concentrarsi su come saccheggiare i risparmi dei pochi lavoratori che si stanno costruendo una patrimonio per vivere una vita post lavorativa dignitosa, ma piuttosto legiferare, mantenendo e aumentando le agevolazioni fiscali, per coinvolgere i molti che ancora non hanno aderito ai fondi previdenziali. Anche la contrattazione tra le parti sociali deve trovare nuove tutele, come nell’ultimo rinnovo del CCNL metalmeccanici del 5 febbraio, che prevede una quota aziendale aggiuntiva da destinare ai Fondi pensione per i neo aderenti under 35. Da febbraio ad oggi abbiamo avuto quasi 6.500 giovani lavoratori che hanno aderito a Cometa. Partiamo da queste buone pratiche per costruire oggi una società più equa domani.

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Fonte: cisl.it