Il Consiglio dei Ministri ha approvato, in esame preliminare, il decreto legislativo che attua la direttiva (UE) 2024/1233, introducendo in modo organico anche in Italia il permesso unico di soggiorno e lavoro per i cittadini di Paesi terzi. Il provvedimento, illustrato nel comunicato stampa del Governo del 20 gennaio 2026, punta a semplificare le procedure, ridurre i tempi e rafforzare le tutele dei lavoratori stranieri regolarmente presenti.
La proposta è stata presentata dal ministro per gli Affari europei Tommaso Foti, dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e dalla ministra del Lavoro Marina Calderone.
Che cos’è il permesso unico
Il permesso unico è un titolo che consente, con un’unica domanda, di ottenere sia il diritto di soggiorno sia il diritto di lavorare nel territorio di uno Stato membro. Supera il sistema frammentato basato su più passaggi amministrativi e concentra tutto in una sola procedura. Il lavoratore extracomunitario ottiene così un solo documento valido per vivere e lavorare legalmente, con diritti uniformi sul piano europeo.
Tempi ridotti e procedure più semplici
La conseguenza più immediata del decreto riguarda i tempi certi. La procedura di rilascio del permesso unico dovrà concludersi entro 90 giorni, salvo eccezioni motivate. Questo riduce drasticamente le attese che in passato lasciavano lavoratori e imprese in una situazione di incertezza giuridica.
Obblighi per i datori di lavoro e più trasparenza
Il provvedimento introduce un obbligo di trasparenza per il datore di lavoro, che dovrà informare il lavoratore straniero di ogni comunicazione relativa al nulla osta. In questo modo si limita il rischio di abusi e si rafforza la posizione del lavoratore nel rapporto con l’azienda.
Mobilità, disoccupazione e tutele
Dal punto di vista pratico, il permesso unico non lega più rigidamente il lavoratore a un solo datore. È possibile cambiare lavoro durante la validità del titolo, con semplice notifica alle autorità. In caso di disoccupazione, il permesso non viene revocato e garantisce almeno tre mesi per cercare una nuova occupazione, riducendo il rischio di sfruttamento e favorendo un’integrazione lavorativa più stabile e regolare.




