Il decreto del 1° maggio è pronto ad arrivare sul tavolo del Consiglio dei Ministri, ma la versione più recente del testo (datata 28 aprile 2026) introduce modifiche significative rispetto alle bozze circolate nei giorni scorsi. In particolare, la redazione di TuttoLavoro24.it ha potuto visionare un testo aggiornato che ridimensiona uno degli interventi più attesi: quello sugli aumenti salariali automatici nei contratti collettivi. Insomma il Governo aveva promesso di tutelare il potere di acquisto dei lavoratori, il risultato è un decreto che cambia davvero poco e non risolve il problema dei ritardi degli aumenti contrattuali.
Salta l’ipotesi di aumenti dalla scadenza del CCNL
Nelle bozze tecniche del 27 aprile (poi accantonate), il Governo aveva ipotizzato una misura molto incisiva: prevedere che gli aumenti retributivi decorressero automaticamente dalla data di scadenza del precedente CCNL, anche nel settore privato. L’obiettivo era chiaro: eliminare nei fatti la cosiddetta carenza contrattuale, cioè quel periodo in cui il lavoratore resta senza aumenti fino alla firma del rinnovo.
Una scelta che avrebbe avuto un impatto rilevante, perché avrebbe garantito continuità salariale e superato uno dei limiti storici della contrattazione collettiva. I lavoratori dei settori privati quindi non avrebbero avuti vuoti economici.
Niente indennità provvisoria generalizzata
La nuova versione del decreto cambia però impostazione. Viene esclusa sia l’introduzione di un’indennità provvisoria della retribuzione annunciata nei giorni scorsi, sia il superamento strutturale della carenza contrattuale attraverso la retroattività obbligatoria degli aumenti.
In altre parole, non viene confermata la soluzione più radicale che puntava ad azzerare il vuoto di tutele tra un contratto scaduto e il suo rinnovo. Quindi gli aumenti continueranno ad arrivare in busta paga quando il CCNL sarà rinnovato. Salvo in una circostanza. Vediamo quale.
Anticipazione forfettaria del 30% dell’IPCA
Trascorsi 12 mesi dalla scadenza del CCNL senza accordo di rinnovo – si legge nella bozza che sta per entrare nel Consiglio dei Ministri – scatta un’anticipazione forfettaria pari al 30% della variazione dell’IPCA, l’indice di inflazione depurato. Insomma dopo 12 mesi di attesa i lavoratori vedranno un primo riconoscimento economico, forfettario.
Si tratta di una misura che introduce una tutela minima: non elimina la carenza contrattuale, ma evita che il lavoratore resti completamente senza adeguamenti salariali per periodi prolungati. Resta ora da verificare se questa versione sarà quella definitiva approvata dal Governo.




