Per anni i rider hanno dovuto dimostrare di essere, di fatto, lavoratori dipendenti. Una battaglia lunga, fatta di cause, documenti e ricostruzioni dettagliate del proprio lavoro quotidiano. Oggi però lo scenario cambia: con il nuovo decreto del Primo Maggio, il peso della prova si ribalta e le conseguenze potrebbero essere enormi, soprattutto su salario e tutele.
Non è più il rider a dover dimostrare tutto
La novità più importante riguarda proprio l’onere della prova. Fino ad oggi era il lavoratore a dover dimostrare che dietro la “flessibilità” delle piattaforme si nascondeva un rapporto di subordinazione.
Con le nuove regole, invece, accade il contrario: se emergono elementi di controllo – anche attraverso gli algoritmi – il rapporto si presume subordinato. Questo significa che sarà la piattaforma a dover dimostrare che il rider è davvero autonomo.
Un passaggio tutt’altro che formale. Le aziende dovranno spiegare come funzionano i sistemi interni: assegnazione delle consegne, calcolo dei compensi, penalizzazioni e gestione dei rifiuti.
Algoritmi sotto esame: cosa cambia davvero
Il decreto introduce un concetto chiave: anche il controllo esercitato da un algoritmo può configurare una forma di direzione del lavoro.
In pratica, se il rider non è realmente libero – ad esempio perché subisce penalizzazioni o ha margini limitati di scelta – scatta la presunzione di subordinazione.
È una svolta che arriva dopo anni di contenziosi, dal caso Foodora (in cui i riders chiedevano che la loro prestazione lavorativa fosse considerata a tutti gli effetti come lavoro subordinato a tempo indeterminato) fino alle più recenti indagini sul settore del food delivery.
Scatta il “giusto salario”: riferimento al contratto della logistica
Il punto più concreto, però, riguarda la paga. Se il rapporto col rider viene considerato subordinato, entra in gioco il principio del “giusto salario”.
E qui il riferimento è chiaro: si applica il Contratto collettivo nazionale della logistica, quello firmato da Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti, che già prevede figure come il ciclofattorino e il motofattorino.
Non è una novità assoluta. Negli ultimi anni, infatti, diverse sentenze hanno già riconosciuto questo inquadramento. Tra le più importanti:
- la decisione della Corte di Cassazione sul suddetto caso Foodora del 2020,
- le pronunce dei tribunali di Milano e Torino che hanno riconosciuto ai rider tutele tipiche del lavoro subordinato,
- gli interventi ispettivi che hanno portato alla riqualificazione dei rapporti di lavoro.
Il decreto, però, fa un passo in più: trasforma un orientamento giurisprudenziale in una regola generale.
Rider, stop al caporalato digitale
Un altro nodo affrontato è quello dello sfruttamento, spesso invisibile. Negli ultimi anni sono emerse vere e proprie organizzazioni che gestiscono rider, soprattutto stranieri, trattenendo una parte consistente dei guadagni. Il meccanismo è semplice: forniscono bici, alloggio, telefono e account già attivi sulle piattaforme, chiedendo in cambio anche il 50% degli incassi.
Il decreto introduce limiti rigidi per contrastare questo fenomeno:
- accesso alle piattaforme solo con identità verificata (SPID, CIE o strumenti equivalenti),
- divieto di cedere l’account,
- sanzioni economiche per chi viola le regole (le multe vanno da 800 a 1.200 euro).
Inoltre, ogni lavoratore potrà avere un solo account collegato al proprio codice fiscale.
Una svolta dopo anni di battaglie
Quello che cambia davvero è l’equilibrio tra lavoratori e piattaforme. Dopo anni in cui i rider hanno dovuto dimostrare tutto, ora sono le aziende a dover spiegare come funziona il sistema.
E soprattutto, quando emergono elementi di controllo, scatta automaticamente un principio chiave: stessi diritti, stesso contratto e stessa paga di chi svolge quel lavoro in modo subordinato.
Un passaggio che potrebbe ridisegnare l’intero settore del food delivery nei prossimi mesi.




