Lavoro, la Malattia Si Allunga con un Semplice Messaggio WhatsApp

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Un semplice scambio di messaggi su WhatsApp può avere conseguenze importanti anche nel rapporto di lavoro. È quanto emerge da una recente decisione del Tribunale di Gorizia, che ha affrontato il caso di un dipendente affetto da una grave malattia oncologica. La vicenda riguarda il diritto al periodo di comporto più lungo previsto dal contratto collettivo e chiarisce quando il datore di lavoro può considerarsi comunque informato, anche se non ha ricevuto la documentazione medica con le modalità tradizionali.

Cos’è il periodo di comporto e perché era al centro della causa

Il periodo di comporto è il tempo durante il quale un lavoratore assente per malattia conserva il posto di lavoro.

In alcuni contratti collettivi, quando la malattia è particolarmente grave, come nel caso di una patologia oncologica, il dipendente ha diritto a un periodo di comporto più lungo. Per ottenere questa tutela, però, il contratto applicato nel caso esaminato dal Tribunale richiedeva che la grave malattia fosse anche adeguatamente documentata.

Proprio su questo aspetto è nata la controversia.

Il lavoratore aveva inviato la documentazione su WhatsApp ai colleghi

Nel caso esaminato dal Tribunale di Gorizia, il dipendente non aveva trasmesso direttamente al datore di lavoro la documentazione medica necessaria a dimostrare la presenza della patologia oncologica.

Di conseguenza, secondo l’azienda, non erano soddisfatti i requisiti previsti dal contratto collettivo per beneficiare del periodo di comporto più favorevole. La questione è quindi arrivata davanti al giudice, chiamato a stabilire se il diritto del lavoratore fosse comunque tutelato.

Il Tribunale di Gorizia ha adottato un’interpretazione sostanziale della vicenda. Secondo il giudice, il fatto che le informazioni sulla grave malattia siano state trasmesse attraverso una chat WhatsApp non significa che possano essere considerate irrilevanti. Nel caso concreto, infatti, lo scambio di messaggi era avvenuto con due colleghi che, per il ruolo ricoperto, erano qualificati a ricevere informazioni relative allo stato di salute del dipendente.

Per questo motivo il Tribunale ha ritenuto che non fosse decisivo il fatto che la comunicazione fosse avvenuta tramite una chat personale anziché attraverso una comunicazione formale indirizzata al datore di lavoro.

Perché il comporto lungo spetta

Pur in assenza della trasmissione diretta della documentazione medica al datore di lavoro, il giudice ha ritenuto che l’azienda fosse comunque venuta a conoscenza della grave patologia.

Di conseguenza, il lavoratore non poteva perdere il diritto al periodo di comporto più lungo previsto dal contratto collettivo soltanto perché aveva condiviso le informazioni con modalità diverse da quelle normalmente utilizzate.

La decisione valorizza quindi il contenuto effettivo della comunicazione e il ruolo delle persone che hanno ricevuto le informazioni, piuttosto che il mezzo con cui queste sono state trasmesse.

Cosa significa questa decisione per i lavoratori

La pronuncia del Tribunale di Gorizia non stabilisce che un messaggio WhatsApp sostituisca sempre la documentazione richiesta dal contratto o dalla legge. La decisione riguarda uno specifico caso e si basa sulle particolari circostanze della vicenda. Soprattutto sul fatto che i destinatari dei messaggi erano soggetti aziendali ritenuti idonei a ricevere quel tipo di informazioni.

Resta quindi consigliabile comunicare sempre la documentazione sanitaria secondo le modalità previste dal contratto collettivo o dalle procedure aziendali.

Tuttavia, questa sentenza dimostra che, in presenza di elementi concreti che provano la conoscenza della situazione da parte dell’azienda, anche comunicazioni informali possono assumere rilievo nella tutela dei diritti del lavoratore.