Lo smart working in Italia potrebbe coinvolgere quasi il doppio dei lavoratori attuali. A stimarlo è l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, secondo cui, a parità di strumenti tecnologici e livelli di produttività, il bacino potenziale raggiunge 6,5 milioni di persone. Oggi i lavoratori agili sono circa 3,6 milioni.
Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio HR e dell’Osservatorio Smart Working, prevede una nuova crescita nel 2026. Dopo l’incremento dello 0,6% registrato nel 2025, quest’anno l’aumento potrebbe avvicinarsi all’1%, trainato soprattutto dalle grandi imprese.
Il divario tra possibilità e utilizzo effettivo
Nelle aziende di maggiori dimensioni, il 61% dei dipendenti ritiene di poter svolgere almeno metà delle proprie attività da remoto con un’efficacia uguale o superiore rispetto al lavoro in presenza. In realtà, soltanto il 53% utilizza questa modalità.
La distanza è ancora più evidente nella Pubblica amministrazione: il 38% dei lavoratori avrebbe mansioni compatibili con lo smart working, ma ad accedervi è appena il 17%. Percentuali analoghe emergono nelle piccole e medie imprese.
In alcuni uffici pubblici le nuove politiche organizzative avrebbero determinato, secondo la Flp, una riduzione del 50% delle giornate da remoto. Per Corso, tuttavia, diminuire i giorni settimanali da tre a due non significa eliminare il lavoro agile, ma adattarlo alle esigenze operative. Nelle imprese private che lo applicano, la media è generalmente compresa tra due e tre giorni alla settimana.
La Gen Z non vuole lavorare sempre in ufficio
La spinta più forte arriva dalla Generazione Z, che entro il 2030 rappresenterà circa un terzo della forza lavoro. Per i più giovani, flessibilità e possibilità di lavorare da remoto sono ormai requisiti essenziali. Gli annunci che non menzionano lo smart working tendono infatti ad attirare meno candidati.
L’interesse, però, attraversa tutte le fasce di età. Anche chi deve prolungare la propria vita lavorativa considera il lavoro agile uno strumento importante, soprattutto per conciliare occupazione ed esigenze personali e ridurre le spese per carburante ed energia.
Numerose grandi aziende hanno ormai adottato modelli strutturali. Negli uffici milanesi di Essilux la presenza è richiesta per il 50% del tempo. Nestlé registra un’adesione superiore al 90% al modello “Fab working”, mentre anche in Lavazza la partecipazione supera il 90%. Eni, infine, consente al personale degli uffici fino a otto giornate mensili da remoto, mantenendo comunque prevalente il lavoro in sede.




