Il Decreto Primo Maggio (Dl n. 62/2026), convertito definitivamente in legge dal Parlamento, introduce una delle novità più rilevanti degli ultimi anni in materia di retribuzioni. Per la prima volta viene codificato un criterio legislativo per individuare il cosiddetto “salario giusto” previsto dall’articolo 36 della Costituzione, rafforzando il ruolo della contrattazione collettiva come parametro di riferimento.
Il contratto collettivo diventa il parametro del salario adeguato
La riforma recepisce l’impostazione prevista dalla direttiva europea 2022/2041 sui salari minimi adeguati, scegliendo di non introdurre un salario minimo legale uguale per tutti, ma di affidare ai contratti collettivi nazionali il compito di determinare la retribuzione sufficiente e proporzionata.
Il legislatore evita così l’estensione automatica dei contratti collettivi a tutti i lavoratori, soluzione incompatibile con la mancata attuazione dell’articolo 39 della Costituzione, e individua invece nei contratti stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative il parametro esterno per verificare il rispetto dell’articolo 36.
Come si individua il contratto leader
La legge chiarisce anche quale contratto collettivo debba essere preso come riferimento. Occorrerà innanzitutto identificare il settore produttivo dell’azienda considerando l’attività principale, la categoria economica, la dimensione e la natura giuridica del datore di lavoro.
Una volta individuato il comparto, dovrĂ essere applicato il contratto nazionale sottoscritto dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente piĂą rappresentative sul piano nazionale, il cosiddetto contratto leader.
Rimangono comunque alcuni margini di incertezza, sia nella definizione del settore di appartenenza delle imprese sia nella misurazione della rappresentativitĂ delle organizzazioni firmatarie, tema sul quale manca ancora una disciplina legislativa organica e sulla quale si stanno confrontando le parti sociali stesse in queste settimane.
Il trattamento economico complessivo è molto più ampio dei minimi
Tra le novità introdotte durante l’esame parlamentare figura anche la definizione del trattamento economico complessivo (Tec), che diventa il vero parametro per verificare la congruità della retribuzione.
Non si guarda più soltanto ai minimi tabellari, ma all’insieme delle componenti economiche fisse e continuative: retribuzione diretta, indiretta e differita, mensilità aggiuntive, indennità stabili, prestazioni di welfare riconosciute alla generalità dei dipendenti e altri istituti aventi valore economico.
Restano invece escluse le somme discrezionali o variabili riconosciute ai singoli lavoratori, come premi individuali o incentivi occasionali.
La nuova disciplina punta così a uniformare il criterio di valutazione della retribuzione adeguata, limitando il ricorso a interpretazioni differenti da parte della giurisprudenza e rafforzando il ruolo della contrattazione collettiva quale principale riferimento per la determinazione del salario costituzionalmente garantito.



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