Andare in pensione prima è diventato più difficile. I numeri dell’INPS fotografano una trasformazione evidente: dalle oltre 333 mila pensioni anticipate del 2020 si è arrivati alle 213.882 del 2025. Nel mezzo sono cambiate più volte le regole e, soprattutto, si sono progressivamente ristrette alcune delle strade che consentivano di lasciare il lavoro prima della pensione di vecchiaia.
Il fenomeno non nasce interamente con il Governo Meloni. La frenata era già iniziata precedentemente. Ma è significativo che proprio un Esecutivo sostenuto da partiti che avevano fatto della maggiore flessibilità pensionistica uno dei temi della campagna elettorale abbia successivamente scelto una linea molto più rigorosa.
Sono soprattutto 3 i motivi che spiegano questa trasformazione.
1. La fine di Quota 100 e Quote sempre più selettive
Quota 100 aveva aperto una finestra molto ampia: 62 anni di età e 38 di contributi. Con il Governo Draghi arrivò Quota 102, che portò l’età a 64 anni.
Il Governo Meloni ha introdotto Quota 103, tornando a 62 anni ma chiedendo 41 anni di contributi. Successivamente la misura è diventata meno conveniente: calcolo contributivo dell’assegno, finestre di attesa più lunghe e limiti all’importo percepibile.
L’INPS rileva che l’utilizzo delle Quote è diminuito nettamente nel 2024 e 2025, indicando tra le ragioni principali proprio requisiti sempre più stringenti. (INPS)
2. Opzione Donna è diventata per poche
La seconda stretta riguarda le lavoratrici. Opzione Donna non è stata cancellata, ma la platea è stata drasticamente ridotta.
Ai requisiti contributivi e anagrafici sono state aggiunte condizioni soggettive che hanno concentrato l’accesso essenzialmente su caregiver, invalide e alcune lavoratrici coinvolte in crisi aziendali.
Il risultato è impressionante: le pensioni con Opzione Donna sono passate da 26.427 nel 2022 a 3.860 nel 2025.
3. L’anticipata ordinaria resta per chi ha carriere lunghissime
Il terzo elemento è ciò che non è cambiato. In assenza di una vera riforma strutturale della flessibilità in uscita, la principale alternativa alla pensione di vecchiaia rimane l’anticipata ordinaria.
Servono 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Una soglia raggiungibile soprattutto da chi ha iniziato a lavorare giovane e possiede una carriera contributiva lunga e relativamente continua.
È qui che emerge la distanza tra aspettative e realtà. La stretta sulle pensioni anticipate era cominciata prima dell’ottobre 2022, quindi sarebbe scorretto attribuirla interamente al Governo Meloni. Ma la promessa politica del centro-destra di ampliare le possibilità di uscita, una volta al Governo, non si è tradotta né in una riforma strutturale né in un impegno concreto. I numeri INPS quindi chiamano direttamente l’Esecutivo alle sue responsabilità.
Le successive Manovre hanno privilegiato sostenibilità dei conti e contenimento della spesa. E i numeri raccontano il risultato: nel 2023 le pensioni anticipate erano ancora 255.119, nel 2024 sono scese a 225.046 e nel 2025 a 213.882.
La direzione, almeno finora, è stata quindi opposta alle aspettative di una maggiore flessibilità: meno canali realmente accessibili e una platea sempre più selezionata per poter lasciare il lavoro in anticipo.




