La crisi demografica italiana continua a pesare sul futuro della scuola pubblica. A un anno dalle previsioni che indicavano il rischio di una riduzione fino a 100.000 posti di lavoro nel settore dell’istruzione entro il 2030, i nuovi dati Istat confermano che il calo delle nascite non si è arrestato.
Nel 2025 sono nati appena 355.000 bambini, circa 15.000 in meno rispetto al 2024. Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, un nuovo minimo storico.
Per il sistema scolastico le conseguenze potrebbero essere importanti: meno studenti, meno classi e possibili riduzioni degli organici, soprattutto nella scuola dell’infanzia e nella primaria. Ma quali sono i rischi effettivi per gli insegnanti di ruolo, i supplenti e il personale ATA?
Istat 2026, il crollo delle nascite non si ferma
Secondo il rapporto Istat pubblicato il 31 marzo 2026, la popolazione italiana al 1° gennaio ammontava a circa 58 milioni e 943mila residenti, sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente.
Questa stabilità nasconde però uno squilibrio profondo: nel 2025 si sono registrati 355mila nati e 652mila decessi, con un saldo naturale negativo di circa 296mila persone.
Soltanto il saldo migratorio positivo ha consentito di compensare quasi interamente la diminuzione naturale della popolazione.
Ancora più significativo è il dato relativo ai bambini e ai ragazzi: la popolazione fino a 14 anni è diminuita di 168mila unità in un solo anno.
Si tratta di numeri che rendono sempre più concreto il problema della progressiva riduzione della popolazione scolastica.
Scuola, fino a 100.000 posti in meno entro il 2030?
Già nel 2025 erano circolate stime che ipotizzavano una perdita compresa tra 70.000 e 100.000 posti di lavoro nel comparto scolastico entro il 2030.
Occorre però precisare che questi numeri rappresentano uno scenario di rischio e non un piano ufficiale di licenziamenti o una riduzione degli organici già deliberata.
La diminuzione degli alunni può comportare la formazione di meno classi e, conseguentemente, un fabbisogno inferiore di personale.
Molto dipenderà dalle decisioni politiche: il calo demografico potrebbe essere utilizzato per ridurre gli organici oppure per diminuire il numero di studenti per classe, migliorando le condizioni di insegnamento.
La scelta avrà conseguenze decisive per il futuro occupazionale del comparto.
Docenti di ruolo: aumenta il rischio di soprannumerarietà e trasferimenti
Per gli insegnanti assunti a tempo indeterminato, il principale pericolo non è il licenziamento automatico, ma la possibile perdita del posto nella scuola di titolarità.
Quando diminuiscono le classi, infatti, possono ridursi anche le cattedre disponibili.
I docenti individuati come soprannumerari possono essere coinvolti nelle procedure di mobilità previste dalla normativa e dalla contrattazione collettiva, con la possibilità di dover cambiare istituto o sede di servizio.
Le conseguenze potrebbero essere particolarmente evidenti nelle regioni caratterizzate da una forte contrazione demografica.
Secondo l’Istat, nel 2025 la popolazione è diminuita soprattutto in Basilicata, Molise e Sardegna, mentre il Mezzogiorno ha registrato complessivamente una flessione più accentuata rispetto al resto del Paese.
Per molti insegnanti, quindi, il problema potrebbe diventare quello di conservare la propria sede di lavoro.
Supplenti e personale ATA: chi rischia maggiormente
Le conseguenze più immediate potrebbero riguardare i docenti precari, soprattutto quelli che lavorano attraverso supplenze annuali o fino al termine delle attività didattiche.
Con meno classi e meno posti disponibili, infatti, potrebbero diminuire le opportunità di ottenere un incarico.
Anche il personale ATA potrebbe risentire della riorganizzazione della rete scolastica, soprattutto in presenza di accorpamenti, ridimensionamenti e chiusure di plessi.
La situazione non sarà però uniforme.
Le necessità di assistenza agli alunni con disabilità, l’organizzazione dei servizi scolastici e le caratteristiche dei territori possono modificare significativamente il fabbisogno di personale.
Non è quindi corretto immaginare una riduzione proporzionale e automatica degli organici rispetto al numero degli studenti.
Meno alunni, classi più piccole oppure tagli alla scuola?
Il vero interrogativo riguarda le scelte che saranno effettuate nei prossimi anni.
La diminuzione della popolazione scolastica potrebbe rappresentare anche un’occasione per migliorare il sistema educativo, attraverso classi meno numerose, maggiore attenzione agli studenti e potenziamento del tempo pieno.
Un’altra possibilità è quella di rafforzare il sostegno, i servizi educativi e l’offerta formativa nelle aree interne, dove la chiusura di una scuola rischia di accelerare lo spopolamento.
Se invece il calo degli iscritti si tradurrà prevalentemente in una riduzione dei posti, le conseguenze saranno particolarmente pesanti per i precari e per i territori già in difficoltà.
Il dato certo, a ottobre 2026, è che la crisi delle nascite continua e che i suoi effetti accompagneranno la scuola italiana per molti anni.
La domanda, dunque, non è soltanto quanti insegnanti serviranno nel 2030, ma quale modello di scuola si vorrà costruire: meno personale per contenere la spesa oppure più risorse per garantire un’istruzione migliore a una popolazione studentesca sempre più ridotta?




