L’ultimo in ordine di tempo è stato un bracciante di origine indiana: malmenato e gettato in un canale perché aveva osato chiedere al suo datore di lavoro la mascherina per proteggersi dal Covid-19. Un insulto, alle orecchie del proprietario dell’azienda agricola di Latina che avrà pensato: “Vi pago già 4 euro l’ora. In più, con quale faccia mi chiedi la mascherina!”. Quindi le botte e la corsa, a piedi, del bracciante indiano al pronto soccorso.

La storia del caporalato affonda le origini in decenni di sfruttamento in cui i diritti dei lavoratori nei campi sono stati messi sempre in secondo piano. “Prima raccogliete la frutta, che vale più di voi” è stata la giustificazione ingiustificabile di un paese, il nostro, che ha chiuso entrambi gli occhi.

Intanto, le baraccopoli, costruite da questi dannati della terra usciti dal libro di Fanon, sono diventate uno strumento politico utilizzato dalla destra cattiva e dalla sinistra radical chic. Per la prima, possiamo portare l’esempio di Matteo Salvini, diventato una miniera inesauribile di amenità. Durante un dibattito televisivo con il sindacalista Aboubakar Soumahoro, che lo avvisava dello sciopero imminente, il guidatore di trattori più famoso in Italia ha risposto stupito: “Ora scioperano i clandestini? Ma in che Paese viviamo”.

In queste poche parole del Salvini-pensiero c’è tutto: i diritti non sono di tutti; la dignità del lavoro è di un club ristretto di persone; i clandestini non sono lavoratori ma entità de-umanizzate oscure. Tanto scuro quanto l’uso politico che, durante gli anni, la Lega ha fatto delle bidonville nostrane. E cioè, non si sono spesi a risolvere il problema ma hanno creato nell’immaginario collettivo un luogo dove riversare tutta la cattiveria e il malcontento degli italiani.

Poi, però, c’è la sinistra radical chic, come quella di Matteo Renzi, che dei diritti di questi lavoratori se ne è lavata le mani. Ha preferito portare avanti una retorica del “Poverini. Eccoli qui, piegati nei campi”. Fino ad arrivare con la ministra Teresa Bellanova che, in lacrime, ha annunciato un decreto che regolarizza alcuni lavoratori migranti, non tutti. Lasciando così zone d’ombra, come segnalato da molte parti.

Ciò detto, alla Bellanova va il plauso di essersi battuta, in quanto ex bracciante, per la tutela parziale di quelle persone che avrà incrociato nei campi. Ma non basta, non si possono più dare risposte parziali ai lavoratori.

Aboubakar Soumahoro e tutti gli scioperanti di oggi ci ricordano che c’è una battaglia da combattere. Non è solo per i loro diritti, ma anche per i nostri. Tutto nel nome della dignità di avere una vita felice, grazie ad un lavoro.

L’articolo Lavoratori stranieri: oggi i braccianti scioperano per combattere in nome della dignità proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Fonte: ilfattoquotidiano.it