«Il lavoro non c’è, per cui non vedo un ‘alternativa tra taglio del costo del lavoro e rinuncia alla cassa integrazione da parte delle aziende. Se il problema sono i licenziamenti cassa integrazione tutta la vita, perché la priorità è tenere le persone agganciate al lavoro». Francesca Re David è reduce dalla manifestazione di Roma e a botta calda boccia l’ultima proposta di Conte. Come pure l’idea di tagliare l’Iva: «Al Paese serve una riforma fiscale seria. Due le priorità: alto costo del lavoro ed evasione fiscale».
 
Ma il taglio del cuneo mica vi dispiacerà?
«Ridurre il costo del lavoro è essenziale, perché quando si dice che in Italia la produttività è bassa è perché ha il costo del lavoro più alto in assoluto, e che questo tra l’altro produce anche bassi salari. Dopodiché penso che i lavoratori debbano più di tutto lavorare e se in questa fase c’è meno da fare occorre ridurre gli orari e redistribuire il lavoro. Poi bisogna prorogare il blocco dei licenzia menti ed utilizzare in maniera intelligente gli ammortizzatori, magari mischiandone qualificandoli con la formazione, oppure incentivando la cig collegata a riduzioni di orario. A parità di salario però, perché non è che possiamo sempre avere stipendi da fame».
 
Tra taglio dell’Iva e riduzione del cuneo, cosa sceglie?
«Una riforma fiscale va fatta e uno dei primi punti è naturalmente quello del costo del lavoro: c’è stato un primo segnale, che inizierà ad avere i suoi effetti a luglio, ma in prospettiva è ancora insufficiente. Poi occorre defiscalizzare gli aumenti contrattuali e consentire di aumentare gli stipendi altrimenti il mercato interno non riprende. Quindi, come dice anche il governatore Visco, c’è un tema legato all’evasione che non ha eguali in Europa ed infine occorre ripristinare la progressività delle tasse».
 
Siete tornati in piazza per segnalare vecchie e nuove crisi. Quai è la situazione?
«La grandissima parte delle 100 vertenze che erano aperte prima del Covid, tranne alcuni casi come quello dell’Industria Industria italiana autobus che ora sta ripartendo ed assume, sono tutt’ora aperte. Non si tratta di imprese che chiudono ma piuttosto di delocalizzazioni e scelte aziendali. Noi in questi mesi abbiamo tenuto le vertenze aperte: se non fosse stato per i metalmeccanici la Whirlpool di Napoli sarebbe chiusa da un anno e la Bekaert anche da più tempo».
 
Cosa chiedete al governo?
«Servono tavoli per affrontare le crisi delle singole aziende e tavoli di settore. E il governo non si deve offendere se noi diciamo che non si fanno i tavoli di settore, perché non si fanno. Non basta fare una riunione chiamando mezzo mondo e poi dire che “siam stati bravi a sentir tutti”: io voglio sedermi, discutere e poi firmare accordi e protocolli».
 
Cosa si rischia in autunno?
«Il rischio è che si riparta a licenziare. Perché il blocco dei licenziamenti finisce il 17 agosto ma certamente la crisi non finisce lì. Grazie alle ingenti risorse che stanno arrivando dall’Europa però adesso è possibile una svolta: dobbiamo cambiare modello di sviluppo, innovare prodotti e tecnologie garantendo la compatibilità sociale e ambientale, investire in ricerca e formazione, valorizzare il lavoro e recuperare terreno in tutti quei gli ambiti in cui siamo in ritardo. Se le imprese, a partire da quelle che ricevono fondi pubblici, si muovono nella logica del bene comune si può fare un lavoro importante».

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Fonte: fiom-cgil.it