Il Salario Giusto Lascerà le Famiglie Senza Garanzie di Reddito. Ecco Cosa Manca nel Decreto

Il nuovo decreto lavoro introduce, all’articolo 7, una definizione di “salario giusto” che punta a rafforzare il ruolo della contrattazione collettiva. Ma nel testo emerge subito un elemento critico. Il riferimento alla Costituzione è parziale. Questo rischia di aprire un problema serio sul piano giuridico e per i lavoratori.

Il comma 1 stabilisce che la contrattazione collettiva è lo strumento per determinare il salario giusto, richiamando l’articolo 36 della Costituzione italiana. Tuttavia, il richiamo si ferma solo a metà del principio costituzionale. Ed è proprio qui che si concentra la questione.

Il richiamo alla Costituzione è incompleto

L’articolo 36 della Costituzione non si limita a parlare di adeguatezza della retribuzione rispetto alla quantità e qualità del lavoro. Stabilisce anche un secondo principio fondamentale. La retribuzione deve essere sufficiente.

In particolare, deve essere sufficiente a garantire al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Questo passaggio non è un dettaglio, ma un parametro di valutazione determinante. È uno dei pilastri del diritto del lavoro italiano.

Nel decreto, però, questo riferimento scompare. Il Governo richiama solo il criterio dell’adeguatezza. Non menziona quello della sufficienza. Errore o scelta strategica? La risposta non è nota. Ma nel frattempo il risultato è una definizione di “salario giusto” che appare incompleta. E che punta dritta a ridurre la portata della tutela costituzionale, decisamente più forte di quella prevista dalla norma “meloniana”.

Una norma “monca” che può creare problemi

Quella introdotta dal decreto è quindi, nei fatti, una norma “monca”. Manca un pezzo essenziale del quadro costituzionale. E non si tratta di una dimenticanza neutra. Il principio di sufficienza è ciò che, negli anni, ha permesso alla giurisprudenza di intervenire quando i salari risultavano troppo bassi in relazione al concreto contesto sociale del lavoratore (single o con figli a carico ad esempio, livello di istruzione, ecc.). In pratica, i giudici lo hanno applicato ogni volta che il salario risultava troppo basso rispetto al costo della vita o alle condizioni reali del lavoratore. In questi casi, il principio di sufficienza ha consentito di superare il semplice dato formale del contratto collettivo, intervenendo anche quando il minimo tabellare era ritenuto inadeguato (come nel caso della tanto contestata sentenza della Corte di Cassazione, n. 28321 del 10 ottobre 2023).

È proprio su questo principio che si fondano decenni di sentenze. I giudici, infatti, hanno utilizzato l’articolo 36 per garantire una retribuzione minima anche in assenza di parametri legislativi chiari.

Se questo riferimento viene indebolito o omesso, si rischia di creare un vuoto. O peggio, di legittimare interpretazioni restrittive del concetto di salario giusto.

Conversione del decreto: il nodo da correggere

Il passaggio parlamentare per la conversione in legge diventa quindi decisivo. Sarà in quella fase che il testo dovrà essere corretto. L’obiettivo è chiaro: reinserire esplicitamente il principio di sufficienza accanto a quello di adeguatezza.

Diversamente, la norma rischia di entrare in contrasto con la Costituzione. E quindi di esporre l’intero impianto a possibili rilievi di illegittimità.

Il tema non è solo tecnico. Riguarda direttamente i lavoratori. Perché definire il salario giusto senza il requisito della sufficienza significa indebolire una tutela fondamentale. Ecco perché questo punto, più di altri, sarà uno dei più delicati nel confronto parlamentare sul decreto lavoro.