Per le donne italiane la pensione si sta progressivamente allontanando. A mostrarlo non sono soltanto le regole delle singole misure, ma soprattutto un numero: l’età media di pensionamento delle donne è passata dai 64,4 anni del 2022 ai 65,4 anni del 2025.
In appena tre anni, dunque, l’uscita effettiva dal lavoro si è spostata in avanti di un anno. Per gli uomini l’aumento è stato decisamente più contenuto, da 63,7 a 64,1 anni. È quanto emerge dai dati del Rendiconto sociale INPS.
Una differenza che riporta al centro il problema delle pensioni anticipate femminili.
Per le donne uscire prima è diventato più difficile
Il 2022 rappresenta un punto di svolta anche politico. Il Governo Meloni si insedia nell’ottobre di quell’anno, sostenuto da una coalizione che aveva indicato tra i propri obiettivi una riforma delle pensioni capace di garantire maggiore flessibilità.
La stretta sulle uscite anticipate, va precisato, era cominciata precedentemente. Con il Governo Draghi Quota 100 era già stata sostituita da Quota 102, innalzando da 62 a 64 anni l’età richiesta.
Negli anni successivi, tuttavia, non è arrivata quella riforma strutturale che avrebbe dovuto ampliare le possibilità di pensionamento anticipato. Le Manovre hanno seguito una linea più prudente, orientata alla sostenibilità dei conti.
E per le donne gli effetti sono particolarmente evidenti.
Quota 103? Nel 2025 solo 206 donne
Quota 103 ha richiesto 62 anni di età e 41 anni di contributi. Proprio il secondo requisito rappresenta un ostacolo per molte lavoratrici, che più frequentemente degli uomini presentano carriere discontinue e interruzioni contributive.
Il risultato è impressionante: nel 2025, sulle 5.643 pensioni liquidate con Quota 103, soltanto 206 sono andate a donne, contro 5.437 uomini. L’INPS evidenzia espressamente la maggiore difficoltà femminile nel raggiungere l’anzianità contributiva richiesta.
Contemporaneamente si è ristretta un’altra porta. Opzione Donna è passata dalle 26.427 beneficiarie del 2022 alle 3.860 del 2025, dopo l’introduzione di requisiti anagrafici e soggettivi più severi.
Restano gli oltre 41 anni di contributi
Per chi non rientra nelle deroghe, la strada principale per anticipare la pensione resta quella ordinaria: alle donne servono 41 anni e 10 mesi di contributi. Nel 2026, inoltre, Quota 103 e Opzione Donna non sono state prorogate, pur restando salvaguardato il diritto di chi aveva già maturato i precedenti requisiti.
Non sarebbe quindi corretto attribuire al solo Governo Meloni l’intero irrigidimento del sistema. Ma il dato politico rimane: la maggiore flessibilità promessa all’inizio della legislatura non si è concretizzata e le scelte successive hanno privilegiato il rigore previdenziale.
Per le lavoratrici il risultato è nei numeri: si va in pensione mediamente più tardi e le possibilità concrete di uscire prima si sono ridotte.




