Entrare in corsia come infermieri significa iniziare una professione di grande responsabilità, ma anche chiedersi come crescerà lo stipendio nel tempo. Dopo cinque, dieci o quindici anni di servizio si guadagna davvero di più? La risposta è sì, ma non basta accumulare anzianità per ottenere automaticamente un aumento ogni anno.
E proprio le prospettive economiche aiutano a capire perché la professione fatichi ad attirare nuovi candidati: in Italia gli infermieri sono insufficienti rispetto al fabbisogno e alcune Regioni stanno cercando personale anche all’estero, come dimostra il caso del Veneto, che punta a reclutare professionisti dal Sud America.
Stipendio infermieri, aumenti e arretrati frutto del rinnovo
Per capire quanto può aumentare la retribuzione bisogna partire dal contratto applicato. Nel Servizio sanitario nazionale, lo stipendio degli infermieri dipendenti è regolato dal contratto collettivo del comparto Sanità, che stabilisce la retribuzione di base e le altre voci economiche.
Dal 2026, grazie al rinnovo di contratto relativo al triennio 2025-2027, l’incremento medio complessivo per tutto il comparto Sanità sarà di 209 euro lordi al mese, ma per gli infermieri (che sono circa 270 mila, ossia il 45% di tutto il personale sanitario interessato dalla firma) l’aumento medio salirà a 240 euro lordi mensili. A questi vanno aggiunti circa 2.300 euro di arretrati.
Dopo 5, 10 o 15 anni: quali aumenti può ottenere un infermiere
Un infermiere con molti anni di esperienza può avere una retribuzione superiore rispetto a un collega appena assunto. Infatti, nel SSN un infermiere neoassunto parte da circa 1.500-1.600 euro al mese, ma con anzianità, notturni e festivi si arriva a 2.000-2.300 euro. Per capire quanto cambia bisogna però guardare alla carriera concreta.
Uno degli strumenti previsti dal contratto pubblico è rappresentato dai differenziali economici di professionalità. Si tratta di progressioni che consentono di aumentare la retribuzione all’interno della propria area professionale, in base alle regole contrattuali e alle procedure adottate dall’amministrazione.
L’anzianità può essere un elemento rilevante nella valutazione, ma non è l’unico criterio e non determina da sola il riconoscimento dell’aumento. Occorre distinguere, inoltre, le progressioni economiche dagli avanzamenti professionali e dagli incarichi che possono comportare ulteriori compensi.
Le diverse fasi della carriera possono essere lette in questo modo:
- Primi anni di servizio: la retribuzione dipende soprattutto dall’inquadramento contrattuale e dalle indennità spettanti. In generale, comunque, si può considerare uno stipendio netto mensile di circa 1.450-1.750 euro.
- Dopo 5-15 anni: possono esserci opportunità di progressione economica, se ricorrono i requisiti previsti e vengono riconosciuti i relativi differenziali. Si consideri quindi che il netto può salire a circa 1.700-1.900 euro al mese.
Non è quindi possibile stabilire una tabella universale con uno stipendio netto valido per tutti gli infermieri dopo cinque, dieci o vent’anni. Per una stima attendibile bisogna conoscere l’inquadramento, i differenziali già ottenuti, gli incarichi e i turni effettuati. Tuttavia, la progressione di carriera può portare lo stipendio da circa 22-24.000 euro lordi annui quando si entra a circa 30-32.000 euro lordi quando si avanza di livello.
Pochi infermieri e stipendi poco attrattivi: perché il sistema è in difficoltà
Le retribuzioni e le prospettive di carriera sono infatti tra gli aspetti che possono influenzare la scelta di intraprendere la professione e la decisione di rimanere nel Servizio sanitario nazionale. Il nono Rapporto GIMBE evidenzia un divario significativo rispetto alla media OCSE. In Italia si contano circa 6,9 infermieri ogni mille abitanti, contro 9,7 della media riportata dal rapporto. La distanza riguarda anche la formazione: il numero di nuovi laureati in infermieristica resta basso rispetto a quello di molti altri Paesi.
Anche il confronto economico pesa. Secondo i dati richiamati da GIMBE, gli stipendi degli infermieri ospedalieri italiani risultano inferiori del 27% rispetto alla media OCSE, considerando la parità di potere d’acquisto. A questo si aggiungono le difficoltà legate ai carichi di lavoro, all’organizzazione dei turni e alle opportunità di crescita.
Il risultato è una professione indispensabile per il funzionamento degli ospedali e dei servizi territoriali, ma che fatica a garantire un ricambio sufficiente di personale. Aumentare i posti universitari, da solo, non risolve il problema se poi le condizioni di lavoro non riescono ad attrarre abbastanza candidati.
Il Veneto cerca infermieri in Sud America: cosa racconta questa scelta
La difficoltà nel reperire personale è diventata così concreta che alcune amministrazioni stanno valutando il reclutamento all’estero. È il caso del Veneto, dove la Giunta regionale ha avviato un percorso per cercare infermieri in Sud America (soprattutto da Brasile e Argentina), partendo dal territorio di Belluno.
Il reclutamento internazionale mostra quindi quanto sia urgente rendere più attrattiva la professione infermieristica in Italia, anche attraverso retribuzioni adeguate, prospettive di carriera e condizioni di lavoro sostenibili.
Il punto, dunque, è duplice: da una parte lo stipendio può crescere nel corso della carriera grazie alle progressioni economiche e alle indennità. Dall’altra, però, questa crescita deve essere abbastanza significativa da convincere nuovi professionisti a scegliere la sanità pubblica e quelli già in servizio a restarvi. Senza un intervento sulle condizioni economiche e organizzative, la ricerca di infermieri all’estero rischia di diventare una risposta sempre più necessaria a una carenza che il sistema non riesce ancora a colmare.




