L’Europa spinge ad operare interventi straordinari per una transizione ecologica vissuta non solo come sogno di un ambiente pulito e sostenibile ma, anche, come opportunità per le presenti e le future generazioni. Con il nuovo pacchetto Fit for 55, presentato di recente dalla Commissione Ue, nuove ed importanti sfide richiamano alla responsabilità l’Italia e, a ben guardare, tutti i settori produttivi del nostro territorio, in relazione al Carbon border adjustment mechanism (Cbam), nuovo meccanismo di tassazione della CO2 alle frontiere europee.

Ciò comporterà un aumento dei costi di produzione su beni di importazione, superiori a quelli dei nostri prodotti finiti, come l’acciaio, il cemento, l’elettricità, i prodotti fertilizzati e di tante altre materie prime di cui il nostro Paese è deficitario. Sotto identico profilo, ancor più gravose risulteranno le misure che si intendono adottare sulle automobili, in quanto il primo obiettivo della Commissione sarà ridurre le emissioni di CO2 degli autoveicoli del 50-55% (in rapporto ai livelli del 1990) entro il 2030, fino a giungere alla produzione di auto ad emissione zero entro il 2035, eliminando quelle con motori termici (benzina, diesel, metano) e prevedendo solo auto elettriche e ad idrogeno.

Tale obiettivo dovrebbe derivare dall’aumento del prezzo dei carburanti inquinanti a decorrere dal 2026, con un ulteriore aggravio sul sistema di produzione e consumo, se si considera che il peso delle accise sul prezzo del carburante in Italia è già il più alto d’Europa. E’evidente che l’onere di tali novità sul settore dell’automotive, le cui filiere vedono una occupazione di circa 280mila addetti, potrebbe nonrisultare sopportabile. Oltretutto, ciò potrebbe determinare gravi ricadute su tutto il sistema della raffinazione del petrolio, del settore dei trasporti, dell’industria, ovvero su tutto il sistema-Paese.

Misure drastiche dovranno esser prese anche per migliorare l’efficienza energetica degli edifici e per il risparmio energetico, per il quale il pacchetto Fit for 55 prevede un taglio dei consumi energetici del 9% entro il 2030, rispetto all’attuale trend. A tutto ciò dovrà contribuire l’aumento di energie rinnovabili del 40% sui consumi finali entro il 2030, partendo dal 20% del 2019.

Ecco, allora, il delinearsi di un orizzonte certamente più green ma,c’è da chiedersi: quali sarebbero i costi economici e sociali da sopportare nell’eventuale mal governo della transizione, ovvero in assenza di una adeguata, sinergica azione pubblica e privata, corroborata dalla partecipazione sociale, specie nelle realtà di Taranto e di Brindisi che ospitano grandi fabbriche?

E poi: questa trasformazione epocale, in che modo si riverbererà sul lavoro, sulle competenze professionali dei dipendenti diretti e indiretti? E non è forse questo il momento di affrontare tali questioni con responsabilità e competenza, mettendo da parte slogan e strumentalizzazioni demagogiche e tenendo in debito conto le proiezioni socio-economiche, atteso che sarà in gioco il reddito di milioni di lavoratrici e di lavoratori, oltre al futuro occupazionale di milioni di soli giovani?

Le prime due missioni del PNRR, legate alle innovazioni tecnologiche e alla transizione ecologica cui è destinata la maggior parte delle risorse europee, impongono trasformazioni straordinarie nei processi produttivi e lavorativi che meritano  risposte parimenti straordinarie, considerando incontrovertibile che la salute e l’ambiente costituiscano, in egual misura, obiettivo primario e indissolubile.

Nell’ambito del raggiungimento di tale ultimo obiettivo, il lavoro e la sua tutela costituisce anch’essa emergenza da non trascurare.Ebbene: risorse pubbliche e private devono convergere sull’unico obiettivo di salvaguardare il lavoro e l’impresa, investendo ingenti risorse per le trasformazioni  della grande industria e non solo.

Allo stesso tempo tutto il sistema delle imprese, specie le multinazionali che nel tempo hanno prodotto alti livelli di redditività grazie al contributo dei nostri territori, dovrà impegnarsi insieme con istituzioni nazionali, regionali e territoriali, enti professionali, enti bilaterali, Università e Centri di ricerca, per attivare percorsi diqualificazione e riqualificazione delle professionalità e per attrezzare le lavoratrici e lavoratori con strumenti idonei alla ricollocazioneproduttiva. Un processo, questo, che non deve frapporre confini tra territori, perché se è vero che l’Italia non si salva senza il Mezzogiorno, non ci sarà territorio della Puglia che si salverà a discapito di quelli limitrofi.

A livello nazionale, governo e parti sociali si stanno confrontando per un nuovo sistema universalistico di ammortizzatori sociali e nuove politiche attive del lavoro. Tutto sarà utile per intervenire durante un processo di trasformazione economica e sociale che non risparmierà nessuno ma che rischia di trovare impreparati e mal tutelati proprio chi avrà più bisogno, ovvero le basse professionalità e chi già oggi vive la precarietà lavorativa.

Realtà come Acciaierie d’Italia, Eni, Enel che sono partecipate dallo Stato, hanno una responsabilità sociale maggiore e pertanto dovrannocontribuire a quella ristrutturazione produttiva e professionale nei territori, assumendo come primo obiettivo il bene comune, salvaguardando le maestranze dirette e indirette. Le stesse Aziendedovrebbero costituire motore trainante di un contesto produttivo nei nostri territori su cui insistono eccellenze che, mentre altrove investono da noi disinvestono, come nel caso della Leonardo di Grottaglie. Serve, dunque, una solidarietà intersettoriale che sappia mettere in comune opportunità per affrontare le criticità.

Portualità, siderurgia, settore energetico, aerospazio, agroindustria, farmaceutica, chimica, cantieristica, turismo, cultura, artigianato, commercio, sono i sistemi produttivi nei confronti dei quali rivendichiamo atti di responsabilità a Taranto come a Brindisi,realizzando un Patto economico e sociale che traguardi le nuove esigenze economiche, sociali, ambientali senza frapporre steccati di sorta, agevolando invece la collaborazione tra imprese, istituzioni eparti sociali.

Nessuno, infatti, si salverà da solo di fronte a sfide nuove che dovranno ormai giocarsi su scenari di caratura internazionale e, in molti casi, mondiale.

Continua a leggere qui

Fonte: cisl.it