Il cosiddetto “salario giusto” introdotto dal Decreto Primo Maggio non si applica ai lavoratori della Pubblica Amministrazione. A chiarirlo è direttamente l’articolo 18 del provvedimento, che delimita in modo preciso il campo di applicazione della nuova disciplina sui contratti collettivi e sui trattamenti economici minimi.
La norma stabilisce infatti che le disposizioni si applicano ai “rapporti di lavoro subordinato privato”, compreso l’apprendistato, mentre vengono esclusi espressamente i dipendenti pubblici e i relativi contratti collettivi.
Ma perchè questa esclusione? E’ ingiusto?
Cosa dice l’articolo 18 del Decreto Primo Maggio
Il testo della norma è molto chiaro. Il comma 1 prevede che:
“Le disposizioni del presente decreto-legge (…) si applicano ai rapporti di lavoro subordinato privato”.
Subito dopo, il comma 2 precisa invece che:
“Le disposizioni del presente decreto non si applicano ai lavoratori dipendenti dalle amministrazioni pubbliche (…) e ai contratti collettivi ad essi applicabili”.
Questo significa che il nuovo criterio del “salario giusto” riguarda esclusivamente il settore privato, dove negli anni si è creato un forte problema di proliferazione dei contratti collettivi nazionali.
In molti comparti produttivi, infatti, convivono decine di CCNL differenti. Alcuni vengono firmati da organizzazioni realmente rappresentative, altri invece da sigle minori che sottoscrivono accordi con paghe più basse. È il fenomeno dei cosiddetti “contratti pirata”.
Il criterio scelto per il settore privato
Per evitare abusi, il decreto ha introdotto un criterio preciso. Ai lavoratori deve essere applicato il trattamento economico complessivo previsto dal contratto collettivo firmato dai sindacati comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale.
La scelta deve avvenire in base al settore di attività e alla natura giuridica del datore di lavoro. L’obiettivo è impedire che un’azienda scelga il contratto meno costoso pur operando in un comparto dove esiste un CCNL leader con condizioni economiche superiori.
Si tratta quindi di una misura pensata soprattutto per il lavoro privato, dove il rischio di dumping salariale è molto più elevato.
Perché la Pubblica Amministrazione è esclusa
Nel pubblico impiego il problema dei contratti pirata, di fatto, non esiste. Questo perché il sistema contrattuale della Pubblica Amministrazione è regolato dal Dlgs 165/2001, che ha istituito l’Aran come unico soggetto datoriale incaricato della contrattazione.
I sindacati, per partecipare ai tavoli, devono dimostrare la propria rappresentatività attraverso un sistema rigido e certificato. Vengono incrociati i dati delle deleghe sindacali e i voti ottenuti nelle elezioni delle Rsu. Solo le organizzazioni che superano il 5% possono firmare i contratti.
Questo meccanismo rende praticamente impossibile la nascita di contratti di comodo sottoscritti da sigle senza reale rappresentanza. Sistema che invece nei settori privati non esiste.
L’aumento automatico del 30% Ipca
Il decreto introduce anche un meccanismo di tutela per i ritardi nei rinnovi dei CCNL privati. Se il contratto è scaduto da oltre un anno, scatterà un incremento legato al 30% dell’indice Ipca dell’inflazione.
La misura nasce come tutela per i lavoratori, ma secondo molti osservatori rischia di trasformarsi in una sorta di “penale” sostenibile per le aziende, che potrebbero rinviare le trattative salariali complete.
Nel settore pubblico i blocchi contrattuali sono stati pesanti, soprattutto tra il 2010 e il 2018, ma il sistema di rappresentanza e contrattazione è rimasto protetto da logiche di concorrenza al ribasso tipiche invece di alcune dinamiche del settore privato.




