Un sindacato può intervenire in tribunale contro annunci di lavoro o dichiarazioni considerate discriminatorie anche se non esiste un lavoratore identificato che abbia presentato denuncia. È questo il principio ribadito dal Tribunale di Trento con una sentenza che riguarda il caso di uno chef stellato finito nel luglio 2025 al centro delle polemiche per alcune frasi pubblicate sui social durante una selezione di personale.
Secondo il giudice, alcune dichiarazioni possono avere un effetto scoraggiante verso intere categorie di lavoratori e proprio per questo possono essere considerate discriminatorie anche senza una vittima individuata per nome e cognome.
Il caso nato da un annuncio pubblicato sui social
La vicenda risale all’estate del 2025, quando uno chef aveva pubblicato su Facebook un annuncio per assumere personale in una struttura alberghiera del Trentino.
Nel post erano presenti espressioni ritenute offensive e discriminatorie nei confronti di alcune categorie di persone, con riferimenti sia alle opinioni politiche (“sono esclusi i comunisti“) sia all’orientamento sessuale (“escluse persone con problematiche di alcol e droghe e di orientamento sessuale“).
Le frasi hanno rapidamente fatto il giro dei social network e dei media nazionali, anche perché successivamente lo chef aveva ribadito il proprio pensiero in alcune interviste.
Perché è intervenuta la Cgil del Trentino
Davanti alla diffusione del messaggio, la Cgil del Trentino ha deciso di avviare un’azione legale sostenendo che quelle dichiarazioni violassero le norme italiane ed europee contro le discriminazioni nel lavoro.
Il punto centrale della causa riguardava però un altro aspetto: il sindacato poteva davvero agire anche senza un lavoratore specifico che si dichiarasse discriminato? Per il Tribunale la risposta è sì. Vediamo meglio.
Annuncio discriminatorio, il principio stabilito dal Tribunale di Trento
Nella sentenza 53/2026 del 27 aprile il giudice ha spiegato che il sindacato può intervenire quando comportamenti o dichiarazioni rischiano di allontanare determinate categorie di persone dal mercato del lavoro.
In pratica, anche senza una vittima individuata, frasi pubbliche di questo tipo possono creare un clima intimidatorio o scoraggiare alcuni lavoratori dal candidarsi.
Secondo il Tribunale, è proprio questo “effetto dissuasivo” a rendere possibile l’azione del sindacato in difesa di interessi collettivi.
La decisione richiama anche diversi precedenti della Corte di giustizia dell’Unione europea, secondo cui pure semplici dichiarazioni pubbliche possono essere considerate discriminatorie se trasmettono il messaggio che alcune persone non siano gradite sul posto di lavoro. Il problema, quindi, non riguarda solo l’eventuale mancata assunzione, ma anche il messaggio lanciato pubblicamente durante la selezione del personale.
Nel caso esaminato dal Tribunale di Trento, le frasi contenute nell’annuncio sono state considerate estranee alle reali capacità professionali richieste per il lavoro. Infatti, si invitava la persona a non candidarsi non sulla base delle sue qualità professionali ma sulla base delle sue preferenze politiche o sessuali.
Cosa ha deciso il giudice
Il Tribunale ha ordinato allo chef di non ripetere in futuro dichiarazioni simili e di evitare riferimenti discriminatori negli annunci di ricerca del personale.
Inoltre è stato disposto un risarcimento pari a 6 mila euro a favore della Cgil del Trentino, ritenuto necessario anche per dare un segnale concreto contro comportamenti discriminatori nel mondo del lavoro.
La sentenza prevede infine la pubblicazione del provvedimento sia su un quotidiano nazionale sia sul sito internet utilizzato per promuovere l’attività professionale dello chef.
Perché questa sentenza è importante
La decisione del Tribunale di Trento potrebbe avere effetti rilevanti anche per altri casi simili. Il principio affermato è infatti molto chiaro: annunci di lavoro e dichiarazioni pubbliche possono essere contestati anche quando non esiste una persona identificabile che abbia subito direttamente la discriminazione.
Secondo il giudice, basta che quelle parole siano in grado di scoraggiare alcune categorie di lavoratori dall’inviare la propria candidatura.



