Durante le Ferie lo Stipendio Può Essere Più Basso: la Decisione della Cassazione

Prendere le ferie significa avere diritto allo stesso stipendio che si percepisce normalmente quando si lavora? Non sempre. Una recente decisione della Corte di Cassazione introduce un importante chiarimento che potrebbe incidere su molte controversie legate alla retribuzione durante i periodi di riposo.

Con l’ordinanza n. 18529 del 2026, i giudici hanno spiegato che una differenza tra la retribuzione percepita durante le ferie e quella ricevuta nei periodi di lavoro non è automaticamente illegittima. Ciò che conta è capire se la riduzione economica sia davvero significativa e tale da scoraggiare il lavoratore dal godere delle ferie.

Vediamo meglio nel dettaglio.

Cosa dice la normativa sullo stipendio durante le ferie

Il diritto alle ferie retribuite è tutelato sia dalla normativa italiana sia da quella europea. In particolare, l’articolo 7 della direttiva europea 2003/88/CE stabilisce che il lavoratore deve poter usufruire delle ferie senza subire una penalizzazione economica. Il principio alla base della norma è semplice: nessun dipendente dovrebbe rinunciare alle ferie per paura di perdere una parte rilevante della propria retribuzione.

Per questo motivo, nel corso degli anni, la giurisprudenza ha affermato che nella retribuzione feriale devono essere incluse anche alcune voci aggiuntive dello stipendio (ad esempio le indennità di turno), purché siano strettamente collegate alle mansioni svolte e vengano corrisposte con regolarità.

La novità della Cassazione: la perdita deve essere sufficientemente rilevante

L’aspetto più innovativo della decisione riguarda il criterio utilizzato per valutare se una determinata indennità debba essere inclusa o meno nella retribuzione delle ferie.

Secondo la Cassazione, non è sufficiente verificare che una voce retributiva sia collegata al lavoro svolto e venga normalmente percepita dal dipendente. Occorre fare un passaggio ulteriore: bisogna accertare se la sua esclusione comporti una perdita economica tale da disincentivare il lavoratore a prendere le ferie.

In altre parole, non ogni differenza retributiva è contraria alla legge. Diventa problematica solo quando è sufficientemente rilevante da incidere realmente sulla scelta del lavoratore di usufruire del periodo di riposo.

Stipendio in ferie: il caso del macchinista ferroviario

La vicenda esaminata dalla Corte riguardava un macchinista del settore ferroviario. Il lavoratore sosteneva che due specifiche voci retributive, percepite abitualmente durante l’attività lavorativa, dovessero essere incluse anche nella retribuzione delle ferie.

La Corte d’Appello di Torino aveva però respinto la richiesta, evidenziando che il valore complessivo delle somme escluse rappresentava appena il 3,37% della retribuzione annua lorda (RAL). Secondo i giudici, una riduzione di questa entità non era sufficiente a creare un effetto deterrente, cioè a convincere il lavoratore a rinunciare alle ferie.

La Cassazione ha condiviso questa valutazione, confermando che uno scostamento così contenuto non giustifica il riconoscimento automatico delle somme richieste.

Perché la percentuale della perdita diventa decisiva

La sentenza introduce un elemento particolarmente importante: la necessità di misurare la perdita economica in modo corretto. In passato, in alcune controversie, il confronto veniva effettuato prendendo come riferimento la retribuzione di un singolo mese. Questo metodo poteva portare a risultati distorti e a percentuali apparentemente molto elevate.

La Cassazione ritiene invece che il confronto debba essere effettuato utilizzando periodi omogenei. Poiché le ferie maturano nell’arco dell’intero anno, anche la valutazione della perdita economica deve essere effettuata su base annuale.

Per comprendere meglio il ragionamento dei giudici, immaginiamo un lavoratore con una retribuzione annua lorda di 30.000 euro. Supponiamo che, a causa dell’esclusione di una determinata indennità durante le ferie, il dipendente perda complessivamente 1.000 euro nell’arco delle quattro settimane di ferie annuali.

Se questi 1.000 euro vengono confrontati con una retribuzione mensile di circa 2.500 euro, la riduzione sembra molto elevata e può apparire vicina al 40%. Ma questo confronto non è corretto, perché mette a paragone una perdita riferita a tutte le ferie annuali con lo stipendio di un solo mese. Se invece gli stessi 1.000 euro vengono confrontati con la retribuzione annua di 30.000 euro, la perdita incide per poco più del 3%.

Secondo la Cassazione, è questo il parametro da utilizzare per valutare se esista davvero un effetto dissuasivo.

Cosa cambia per i lavoratori in ferie

La decisione non modifica i principi già consolidati dalla giurisprudenza. Resta fermo che le voci retributive strettamente collegate alle mansioni svolte, percepite con continuità e legate allo status professionale del lavoratore possono essere rilevanti ai fini della retribuzione feriale.

Tuttavia, la sentenza chiarisce che tali elementi, da soli, non bastano più. Per il futuro, quindi, nelle cause relative alla retribuzione delle ferie non sarà sufficiente dimostrare che una determinata indennità viene normalmente percepita durante il lavoro. Sarà necessario provare anche che la sua esclusione comporta una perdita economicamente significativa e tale da incidere concretamente sulla libertà del lavoratore di usufruire del proprio diritto al riposo.