“Una giornata di mobilitazione e di lotta, perché questo è giusto fare, e questo da mesi stiamo facendo, di fronte a una strage continua, terribile, inaccettabile”. Così il Segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra, dal palco della Manifestazione nazionale indetta dalle federazioni degli edili di Cgil Cisl Uil a Piazza SS. Apostoli a Roma. (Il Volantino). “Dai luoghi di lavoro arrivano notizie che parlano di una interminabile scia di sangue. -prosegue Sbarra – Più di 20 vittime ogni settimana. A cui si aggiungono infortuni, feriti, malattie professionali. Un vero bollettino di guerra. Una parola, “guerra”, che non dovrebbe nemmeno essere accostata alla parola “lavoro”. Perché di lavoro si deve vivere, non morire. E invece troppe volte non è così. Tra gennaio e settembre, in nove mesi, le morti sono state 910. Cento al mese. Nel settore delle costruzioni siamo già arrivati al totale delle vittime dell’anno scorso: ogni due giorni un lavoratore perde la vita. Cifre, numeri, statistiche… ma dietro ci sono persone, ci sono lavoratori con degli affetti, una moglie, un marito, i figli, che una mattina sono usciti per andare in cantiere o in fabbrica e non sono più tornati a casa. Ed è ora di finirla, con l’ipocrisia del termine “morti bianche” e con la litania della “tragica fatalità”. Come se non esistessero mai precise responsabilità e come se non ci fosse nulla da fare per porre fine a questa vergogna! Non è così!

Le responsabilità ci sono. Se si muore di lavoro è perché a dominare è la logica del profitto a tutti i costi, della corsa sfrenata al risultato.
È perché a contare è più il prodotto del produttore, più le cose delle persone. Nascono da qui i ritmi feroci e i turni non sostenibili.
Nascono da qui il mancato rispetto delle norme, l’aggiramento delle regole, la scelta cinica e sciagurata di manomettere un macchinario per produrre di più e più in fretta. Come hanno fatto all’orditoio di Luana, morta a ventidue anni e diventata, purtroppo, un simbolo, di questa battaglia.
Quanto vale la vita di una lavoratrice, di un lavoratore? Davvero può valere la rincorsa all’8 per cento in più di produzione? No! Non è possibile che accada una cosa del genere. Fosse anche l’80 o il 1.000 per cento! Non una sola vita può essere sacrificata sull’altare del profitto!
Dio solo sa quanto il Sindacato, dopo essersi assunto responsabilità grandi per reggere l’urto più forte della pandemia, sta spendendo ogni sua energia per fare in modo che il Paese riparta.

Ma la ripartenza deve avvenire insieme al mondo del lavoro. Non contro. Non ci sarà vera crescita se non mettendo al centro la persona e il valore sociale del lavoro. E quindi il diritto alla sicurezza. Che non è un costo, ma un investimento. Per questo continueremo, fin quando sarà necessario, con la nostra lotta in nome della sicurezza. Lotta che sarà sempre accompagnata da proposte concrete. Perché le parole non bastano più. Perché davvero, come hanno voluto sottolineare anche i Vescovi italiani, siamo arrivati al momento in cui “bisogna trasformare l’indignazione in fatti concreti”.

Con il Decreto fiscale si sono fatti passi nella giusta direzione con alcune prime misure che noi abbiamo sollecitato negli incontri con il Governo.
Si prevedono nuove assunzioni all’Ispettorato. Si dà forma a una banca dati unificata sugli infortuni. E soprattutto si introduce il principio che un’azienda che non rispetta la legge deve sospendere l’attività fin quando non si rimette in regola. Prime conquiste importanti. Ma non ci si può fermare qui. Bisogna andare avanti. Occorre dare piena attuazione alle misure introdotte. Va costruita una banca dati interconnessa che porti a ispezioni mirate e metta in sinergia tutti gli attori della filiera della sicurezza.

Vanno ulteriormente potenziate le assunzioni, perché questa guerra non si vince senza un esercito adeguato: servono 10mila ispettori in più e molti più medici del lavoro. Va introdotta una vera patente a punti, per qualificare le imprese e orientare bandi e appalti. Appalti che devono essere tutelati e regolati da buoni contratti, contro una deregulation che per tanti anni ha spezzato ogni logica di solidarietà nei cantieri.
Controlli, repressione e prevenzione devono marciare insieme verso una nuova strategia nazionale sulla sicurezza.

Significa anche un grande investimento nella formazione di qualità. Quella di chi inizia a lavorare e ha bisogno di tempi certi per l’apprendimento.
Quella dei datori di lavoro, che devono capire che la sicurezza è un dovere legale e anche un fattore competitivo per le aziende.
Dobbiamo allargare gli spazi di partecipazione, estendere i delegati alla sicurezza in ogni luogo di lavoro, garantire un presidio effettivo di controllo, utilizzare l’innovazione per rendere più sicuri macchinari e mezzi di cantiere. E poi c’è da fare un salto culturale: è tempo che i programmi scolastici affrontino questi temi, perché gli studenti, i ragazzi di oggi, saranno i lavoratori, gli imprenditori e i professionisti di domani.

È un’emergenza nazionale, quella che abbiamo davanti. Che richiede strumenti straordinari. Perché non accada quello che è accaduto a Luana.
E a Fabrizio, edile di 47 anni caduto dall’undicesimo piano qui a Roma, all’Eur. E ad Antonio, anche lui edile, morto per il crollo di un muro a Siano, in provincia di Salerno. Antonio aveva 65 anni! A quella età doveva essere in pensione, tranquillo, sereno, dopo una vita di duro lavoro!
Come si fa a non capire che l’età è un fattore di rischio! Come si può chiedere a una persona di quell’età di salire su un’impalcatura per portare a casa il pane!

Come si fa a non considerare che i lavori non sono tutti uguali e che per questo non possono esserlo nemmeno le regole pensionistiche!
Ecco perché la manifestazione di questa mattina si inserisce in un percorso più ampio di mobilitazione.
Un cammino di lotta che ci vede impegnati a sostenere le nostre proposte di fronte al Governo e a migliorare una Legge di Stabilità che non è nata nel segno del dialogo sociale e che per questo ha dentro grandi squilibri. Il più grande riguarda le pensioni. Non si va lontano con soluzioni tampone come “Quota 102”, che, una misura tampone che nasconde solo l’inesorabile ritorno alle iniquità della Legge Fornero. Questo non lo accetteremo mai.

La strada è un’altra: quella di una riforma complessiva, stabile ed equa, del sistema previdenziale. Nel segno di una maggiore flessibilità, lasciando ai lavoratori la libertà di uscire dal mercato del lavoro a partire da 62 anni o con 41 anni di contributi. Nel segno dell’inclusività per tanti giovani incastrati in percorsi precari, che hanno diritto a pensioni di garanzia e ad una terza età dignitosa. Nel segno del sostegno alle donne: si migliori Opzione donna e si riconoscano sconti contributivi per i figli. Questo serve. E insieme allargare la platea dei lavori usuranti e gravosi, confermare e rendere strutturale l’Ape sociale, incentivare l’adesione alle pensioni integrative, estendere le quattordicesime, consolidare il finanziamento della non autosufficienza. Su tutto questo, sul grande tema di una previdenza più giusta e socialmente sostenibile, da tempo chiedevamo al Governo di aprire immediatamente un Tavolo. Alla fine le nostre richieste si sono affermate: il Governo ci ha convocato, martedì prossimo, per iniziare il confronto. Un risultato che premia la nostra lotta responsabile e costruttiva. Ma che ovviamente non ci basta. Ora bisogna lavorare sui contenuti.

Lo stesso vale sul fisco, rispetto al quale è davvero ora di dare un forte segnale redistributivo. Le risorse a disposizione vanno concertate sui redditi da lavoro e pensione. Per portare avanti un’operazione di giustizia sociale e di sostegno allo sviluppo, rilanciando consumi, domanda aggregata e produzione. Più di 8 aziende su 10 vivono del mercato interno: senza rilanciare i salari e le pensioni, crolla tutto il sistema produttivo.
Redistribuzione significa anche dichiarare una guerra senza quartiere all’evasione elusione fiscale: 110 miliardi sottratti ogni anno soprattutto dalle tasche di chi le tasse le paga alla fonte. Non è più possibile, dopo tutti i sacrifici che abbiamo alle spalle, accettare uno scippo del genere.
Il Governo metta da parte dubbi e incertezze e scelga una volta per tutte l’unica via possibile, quella del dialogo sociale. Di questo, e di responsabilità, e di coesione sociale, ha bisogno il Paese. Non di conflitto. Ma il dialogo deve essere vero e continuo. Lo vogliamo. Lo pretendiamo. Su questo saremo intransigenti.

E una cosa è certa. Fin quando non avremo risposte concrete e di merito, la nostra mobilitazione non si fermerà. Andremo avanti nei luoghi di lavoro, sul territorio, in ogni regione, con questo obiettivo. Per riannodare i fili di un confronto che quando c’è stato ha permesso, in questo anno e mezzo di crisi, di raggiungere risultati fondamentali. Per costruire reti di ammortizzatori universali e politiche attive degne di questo nome.
Per approdare a una governance partecipata del Pnrr che dia forti vincoli sociali e occupazionali alle risorse e ai progetti.
Sapendo che la ripresa arriverà solo individuando soluzioni nuove sui temi del lavoro, dello sviluppo, del Mezzogiorno, degli investimenti, delle infrastrutture, della transizione ecologica e digitale, delle protezioni sociali, della formazione, della scuola, della sanità.
Sostenibilità e partecipazione sociale. È su questi pilastri che dobbiamo procedere verso un nuovo modello di sviluppo e ricostruire il Paese mettendo al centro il valore e il ruolo del lavoro stabile, dignitoso, sicuro.
Come ci esorta a fare anche il presidente Mattarella.
Da questo dipende il grado di civiltà che sapremo assicurare a noi stessi e alle generazioni che verranno. E per questo continueremo a combattere. Insieme. Per aprire una nuova stagione partecipata di sviluppo ed equità sociale.

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Fonte: cisl.it