La telemedicina promette di semplificare la vita, ma le nuove regole di accesso rischiano di complicarla, soprattutto per molti lavoratori dipendenti. L’obbligo di utilizzare strumenti digitali come Spid o Carta d’identità elettronica potrebbe infatti tradursi in più difficoltà nella gestione della salute familiare e, di conseguenza, anche del lavoro.
Quando la telemedicina può diventare un problema
La telemedicina è l’insieme delle prestazioni sanitarie che possono essere effettuate a distanza tra il paziente e il professionista sanitario, grazie all’utilizzo di tecnologie avanzate.
Sulla carta, questo metodo dovrebbe aiutare proprio chi lavora: meno spostamenti, meno tempo perso per visite mediche e maggiore facilità nel seguire familiari anziani o fragili. Tuttavia, con le nuove regole, il rischio è opposto.
Se genitori anziani o persone assistite non hanno accesso allo SPID o non sanno usarlo, il lavoratore dipendente si trova a dover intervenire direttamente. Questo significa accompagnarli fisicamente alle visite, gestire pratiche sanitarie al posto loro e sottrarre tempo al lavoro.
In altre parole, uno strumento nato per semplificare può trasformarsi in un ulteriore carico organizzativo.
Visite online, l’accesso digitale esclude i più fragili
Il problema nasce dal decreto che disciplina la piattaforma nazionale di telemedicina, che prevede l’accesso esclusivo tramite identità digitale (quindi con SPID, CIE o CNS). Una scelta legata alla sicurezza, ma che non tiene conto della realtà.
Una parte significativa della popolazione, soprattutto anziani e persone fragili, non dispone infatti di questi strumenti o non è in grado di utilizzarli in autonomia. E lo stesso vale spesso per i caregiver.
Questo crea una frattura evidente: proprio chi avrebbe più bisogno della telemedicina rischia di restarne fuori.
Più assenze dal lavoro e maggiore pressione sulle famiglie
Le conseguenze per i lavoratori (e in particolare per i lavoratori caregiver) sono concrete e immediate. Se la telemedicina non è accessibile, tornano inevitabili le visite in presenza, con tutto ciò che comportano.
Questo può tradursi in:
- più richieste di permessi,
- giornate di assenza,
- necessità di riorganizzare continuamente gli orari di lavoro.
Per chi già assiste un familiare, il peso aumenta e la gestione quotidiana diventa più complessa.
Un investimento importante che rischia di non raggiungere tutti
Il tema è ancora più rilevante se si considera che il PNRR ha stanziato circa 1,5 miliardi di euro per sviluppare la telemedicina e raggiungere centinaia di migliaia di pazienti.
Con l’avvio delle Case di comunità e la diffusione di televisite e telemonitoraggi, questo sistema è destinato a diventare centrale. Ma senza un accesso realmente inclusivo, una parte dei benefici rischia di andare persa.
E a pagarne il prezzo, indirettamente, sono anche i lavoratori dipendenti che si trovano a colmare queste lacune.
Accesso meno rigido alla telemedicina
La Società italiana di telemedicina ha già lanciato l’allarme, chiedendo una fase transitoria che renda meno rigido l’accesso ai servizi.
L’obiettivo è evitare che milioni di persone restino escluse e che il peso ricada sulle famiglie e su chi lavora. Senza correttivi, infatti, il rischio è quello di aumentare le difficoltà quotidiane invece di ridurle.
La questione riguarda quindi anche il mondo del lavoro. Se il sistema sarà reso più accessibile, la telemedicina potrà davvero diventare un alleato per i lavoratori, riducendo tempi e complicazioni. In caso contrario, il rischio è che si trasformi in un ulteriore ostacolo, con più assenze, più stress e meno equilibrio tra lavoro e vita privata.




