La richiesta dei buoni pasto per docenti e ATA rischia di diventare molto più difficile da portare a casa. Proprio mentre all’ARAN si discute la parte normativa del nuovo CCNL Scuola 2025-2027, dove i sindacati rilanciano sul riconoscimento del ticket sostitutivo del servizio mensa, una sentenza della Corte di Cassazione sui dipendenti degli enti locali chiarisce che mensa e ticket non sono un diritto automatico del lavoratore, ma una scelta rimessa all’amministrazione, alle risorse disponibili e alla disciplina contrattuale.
Cosa chiedono i sindacati per docenti e ATA
Il tema è entrato nel confronto sul rinnovo contrattuale perché nella scuola esiste una disparità evidente. Docenti e ATA possono essere impegnati in giornate lunghe, con rientri pomeridiani, riunioni, collegi, consigli di classe, scrutini, attività aggiuntive e servizio amministrativo prolungato. Eppure, a differenza di altri lavoratori pubblici, non hanno un riconoscimento generalizzato del buono pasto.
Per questo i sindacati chiedono di inserire il ticket tra i diritti sanciti dal contratto. Non come favore occasionale. Ma come istituto regolato dal CCNL, legato alle giornate in cui l’orario supera una certa durata o prevede attività distribuite tra mattina e pomeriggio. Con esclusione del personale che può accedere al servizio mensa, laddove presente. Il tema dei buoni pasto è indicato tra le priorità del confronto normativo insieme a indennità, figure di sistema, mobilità e parità di trattamento.
Perché la sentenza pesa sul negoziato
Qui entra il problema. La Cassazione, con la sentenza n. 5477 dell’11 marzo 2026, ha detto che nel comparto Funzioni Locali non esiste un diritto soggettivo automatico del dipendente al servizio mensa o al buono pasto sostitutivo. In sostanza, il lavoratore non può pretendere il ticket solo perché svolge un certo orario: serve una previsione organizzativa, contrattuale e finanziaria dell’amministrazione.
Questo principio non riguarda direttamente la scuola. Ma arriva nel momento peggiore per i sindacati. Perché offre ad ARAN e Governo un argomento molto forte: se il buono pasto non è un diritto generale del dipendente pubblico, allora per riconoscerlo a docenti e ATA servono una scelta contrattuale esplicita e risorse dedicate.
La strada ora è più stretta
Detto in modo chiaro: la sentenza non cancella la possibilità di introdurre i buoni pasto nella scuola. Ma taglia molto lo spazio della rivendicazione sindacale.
Prima i sindacati potevano presentare il ticket come una misura necessaria per sanare una disparità. Ora devono superare un ostacolo in più: dimostrare che il contratto deve prevederlo e che lo Stato deve finanziarlo.
Il punto decisivo diventa quindi economico. Senza copertura stabile, la richiesta rischia di restare sul tavolo come principio, ma di non trasformarsi in diritto concreto.
Per docenti e ATA significa una cosa precisa: il buono pasto resta possibile, ma dopo questa sentenza è molto più difficile ottenerlo come riconoscimento automatico nel CCNL.


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