Molti lavoratori metalmeccanici guardano solo allo stipendio netto e rimandano la scelta di aderire al fondo pensione complementare Cometa. Eppure questa decisione può avere un costo molto più alto di quanto si pensi. Con l’aggiornamento delle retribuzioni minime previsto dal contratto nazionale, infatti, aumenta anche il contributo che l’azienda versa a favore degli iscritti al fondo. Chi non aderisce rinuncia ogni anno a centinaia di euro che il datore di lavoro destinerebbe direttamente alla propria pensione integrativa.
Perché aumenta il contributo aziendale a Cometa
Dal 1° giugno 2026 sono entrati in vigore i nuovi minimi retributivi previsti dal contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici Federmeccanica-Assistal.
L’aumento dei minimi ha avuto un effetto anche sulla previdenza complementare. Poiché il contributo dell’azienda è calcolato in percentuale sulla retribuzione minima contrattuale, cresce automaticamente anche l’importo versato nel fondo pensione Cometa.
Per gli iscritti, il contributo ordinario a carico dell’azienda è pari al 2% della retribuzione utile, che sale al 2,2% per i lavoratori under 35 di nuova iscrizione. Anche il lavoratore versa una quota pari all’1,2%.
Chi non aderisce perde il contributo dell’azienda
Il vantaggio principale di Cometa è proprio questo: una parte dei versamenti arriva direttamente dall’azienda.
Chi decide di non iscriversi al fondo pensione continua naturalmente a percepire lo stipendio previsto dal contratto, ma rinuncia completamente al contributo datoriale, che non viene corrisposto in busta paga né in altra forma.
In pratica, sono risorse che il datore di lavoro versa esclusivamente a favore degli iscritti al fondo pensione complementare.
Quanto vale il contributo aziendale a Cometa: la tabella aggiornata
Con l’aggiornamento dei minimi retributivi, cambiano anche gli importi annuali che le aziende versano per i lavoratori iscritti a Cometa. Li rende noti FIOM-CGIL:
| Livello | Contributo aziendale annuo (2%) | Under 35 nuova iscrizione (2,2%) |
|---|---|---|
| D1 | 464,08 euro | 510,49 euro |
| D2 | 514,64 euro | 566,10 euro |
| C1 | 525,75 euro | 578,33 euro |
| C2 | 536,87 euro | 590,56 euro |
| C3 | 574,97 euro | 632,47 euro |
| B1 | 616,29 euro | 677,91 euro |
| B2 | 661,17 euro | 727,29 euro |
| B3 | 738,14 euro | 811,95 euro |
| A1 | 755,82 euro | 831,40 euro |
A questi importi si aggiunge il contributo versato dal lavoratore (come detto pari all’1,2%), che va ad alimentare la propria posizione previdenziale.
Metalmeccanici, la rinuncia può superare gli 800 euro ogni anno
Uno degli esempi più significativi riguarda il livello C3, tra i più diffusi nel settore metalmeccanico. Come si vede nella tabella sopra riportata, un lavoratore iscritto a Cometa riceve dall’azienda un contributo pari a 574,97 euro all’anno. Se invece sceglie di non aderire al fondo, questa somma viene completamente persa.
Per i lavoratori under 35 di nuova iscrizione la perdita è ancora maggiore e arriva a 632,47 euro all’anno, grazie all’aliquota aziendale più elevata.
Ovviamente, più alto è il livello e maggiore è la rinuncia. L’importo, infatti, cresce con l’inquadramento professionale. Un lavoratore di livello A1, ad esempio, rinuncia a oltre 755 euro all’anno, mentre per un under 35 la contribuzione aziendale supera addirittura 830 euro.
Parliamo di somme che, anno dopo anno, possono tradursi in diverse migliaia di euro destinati alla pensione complementare.
Perché Cometa viene considerato un vantaggio del contratto
Il fondo pensione Cometa è uno degli strumenti previsti dal contratto nazionale dei metalmeccanici per rafforzare la tutela previdenziale dei lavoratori.
L’adesione consente non solo di costruire una pensione integrativa, ma anche di beneficiare del contributo aggiuntivo dell’azienda, che rappresenta un valore economico al quale chi non si iscrive rinuncia completamente.
Con l’aumento dei minimi contrattuali, questo vantaggio diventa ancora più rilevante: per molti metalmeccanici la scelta di non aderire al fondo può significare perdere ogni anno diverse centinaia di euro che il datore di lavoro sarebbe invece tenuto a versare nella loro posizione previdenziale.




