Lavorare da casa per alcuni dipendenti statali può significare rinunciare a una parte del trattamento economico. È questo il nodo al centro del dibattito sui buoni pasto durante le giornate di smart working. Una questione che non riguarda solo il valore del ticket, ma il modo in cui la Pubblica amministrazione considera il lavoro agile.
Il caso della Regione Emilia-Romagna riapre una discussione destinata a coinvolgere molti enti pubblici. Se il lavoro da remoto comporta una perdita economica rispetto alla presenza in ufficio, il rischio è che lo smart working venga percepito come meno conveniente dai lavoratori.
Buoni pasto in smart working: negato agli statali
A riportare il tema all’attenzione è stata la CISL FP Emilia-Romagna. Il sindacato ha chiesto alla Regione di intervenire sul riconoscimento del buono pasto nelle giornate di lavoro agile.
Il sindacato ha contestato i ritardi nell’apertura del confronto sulla materia, sostenendo che il nuovo CCNL Funzioni Locali abbia introdotto la possibilità di riconoscere il buono pasto anche quando il dipendente lavora da remoto, demandando però la disciplina concreta alla contrattazione integrativa.
Secondo la CISL FP Emilia-Romagna, quindi, lo strumento sarebbe già applicabile e la Regione dovrebbe avviare il confronto con le organizzazioni sindacali.
La Regione, invece, ha evidenziato che non esiste un obbligo automatico di riconoscimento del buono pasto nello smart working. La questione, infatti, deve essere affrontata attraverso la contrattazione.
Il punto centrale: senza buono pasto lo smart working diventa meno conveniente
Al di là dell’aspetto contrattuale, il tema riguarda l’effetto pratico sui lavoratori. Il buono pasto rappresenta infatti una componente economica della giornata lavorativa. Se viene riconosciuto quando il dipendente è in ufficio ma non quando lavora da casa, il lavoratore può percepire una differenza economica tra le due modalità operative.
Questo può creare un effetto paradossale. Una modalità organizzativa introdotta anche per aumentare flessibilità ed efficienza rischia di essere vista come una scelta penalizzante dal punto di vista economico.
In altre parole, il dipendente potrebbe essere meno incentivato a utilizzare il lavoro agile. Pur svolgendo la stessa attività e garantendo gli stessi risultati di quando lavora in presenza, infatti, rinuncia a una voce economica.
“Il lavoro agile non è un favore concesso ai dipendenti, è una modalità organizzativa che la stessa Regione [Emilia Romagna, ndr] ha scelto di adottare e che produce vantaggi anche per l’Amministrazione: maggiore flessibilità, riduzione dei costi di gestione, minori consumi, migliore sostenibilità ambientale e una migliore conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Non è comprensibile che proprio chi contribuisce a questi risultati venga penalizzato sotto il profilo economico“, scrive la CISL FP in relazione al caso citato sopra.
Il CCNL non impone sempre il buono pasto da remoto
Uno degli aspetti più discussi riguarda il fatto che i contratti nazionali non stabiliscono sempre un diritto automatico al buono pasto durante lo smart working. Nel comparto pubblico, infatti, il riconoscimento del ticket può dipendere dalle regole definite dall’ente e dalla contrattazione integrativa.
Il nuovo contratto delle Funzioni Locali ha comunque aperto alla possibilità di riconoscere il buono pasto anche nelle giornate di lavoro agile, lasciando agli accordi decentrati la definizione delle modalità. La questione, quindi, non è solo se esista un obbligo immediato. Ma quale scelta voglia fare l’amministrazione nel gestire uno strumento ormai diventato parte della moderna organizzazione del lavoro degli statali.
Perché il tema riguarda l’attrattività dei posti statali
Negli ultimi anni molti enti pubblici hanno sottolineato la necessità di rendere il lavoro nella PA più competitivo rispetto al settore privato. Flessibilità, equilibrio tra vita personale e professionale e possibilità di lavorare in modalità agile sono diventati elementi importanti nella scelta di un posto di lavoro.
Per questo motivo, secondo le organizzazioni sindacali, il mancato riconoscimento del buono pasto nello smart working rischia di andare nella direzione opposta rispetto agli obiettivi di modernizzazione della Pubblica amministrazione.
La questione non riguarda soltanto qualche euro al giorno, ma il messaggio che arriva ai lavoratori: se il lavoro agile viene considerato una modalità ordinaria di svolgimento dell’attività, anche il trattamento economico deve essere coerente con questa evoluzione.




